Milano, l’abbraccio dei Levi nel nome di Ezio e Renato. E il loro jazz emoziona

I discendenti si ritrovano in Conservatorio con oltre mille studenti. “Per 80 anni sono stati dimenticati, oggi rivivono. E non solo nei nostri ricordi”

I discendenti di Ezio e Renato Levi in Conservatorio

I discendenti di Ezio e Renato Levi in Conservatorio

Milano, 1 febbraio 2024 – “Mi hanno suonato al campanello: ‘Sei tu David? Sei il nipote di Renato Levi?’. Sono rimasto a bocca aperta e ho ricollegato tutto: sono nato in Australia, ho la cittadinanza italiana, cercavano proprio me”.

David Simmonds è appena arrivato a Milano da Londra, dove vive: sul palco del Conservatorio Giuseppe Verdi sfilano le immagini e i documenti di suo nonno, che morì nel campo di concentramento di Auschwitz nel 1944.

A fare riemergere la storia di Renato Levi dall’oblio è il musicologo e professore di Storia del Jazz, Luca Bragalini, che per un anno si è messo sulle sue tracce mentre cercava di sapere di più su un altro Levi, Ezio. In platea ci sono anche le sue figlie, Milly e Jeanne, ci sono i nipoti. E per questo incontro con la storia è partita da Sydney anche la sorella di David, Yani. "Ho subito capito che era un evento unico: dovevo esserci – racconta –. Noi non abbiamo mai dimenticato Renato, ma lo abbiamo conosciuto meglio grazie a Luca Bragalini, siamo grati a lui e al Conservatorio. È tutto così commovente".

Le storie prima di tutto: quella di Ezio Levi - musicista, fondatore del primo jazz club di Milano, autore di colonne sonore per il cinema e animatore culturale - e quella finora completamente sconosciuta di Renato Levi, critico musicale, proprietario di un negozio di dischi in via Verdi (precedentemente a Brera) ed editore de “Il disco“, bollettino discografico che recensiva e difendeva - contro le accuse dei fascisti - quella musica travolgente che arrivava dall’America. È su quel bollettino che i loro nomi e le loro firme si incrociano. Renato pubblicò anche il libro di Ezio “Introduzione alla vera musica jazz“: i fascisti ne sequestrano 309 copie, la prova è racchiusa negli archivi di Stato.

Da un faldone è spuntata anche una lettera del 1990 scritta da Ezio per ricordare "l’amico Renato", partito dal Binario 21 della Centrale per non fare più ritorno. I parenti riuscirono a fuggire, trovarono ospitalità in una villa a Brunate prima di partire per l’Australia. La stessa villa che ottant’anni dopo ha aperto le porte ai suoi nipoti, David e Yani. Con le sue ricerche minuziose Bragalini ha cucito insieme ogni singolo dettaglio, coinvolgendo chi lo ascoltava al punto da aprirgli porte, archivi, cassetti di casa, aiutandolo a raggiungere le seconde e terze generazioni di Ezio e Renato Levi. In sedici si sono incontrati in Conservatorio per dare voce e continuità alla loro amicizia e a quella storia che per la prima volta è stata raccontata ieri a più di mille studenti da Luca Bragalini e dalla Verdi Jazz Orchestra, guidata da Pino Jodice, che ha reinterpretato lo swing di Ezio Levi e reso omaggio alla figura di Renato Levi con una composizione creata ad hoc.

Le figlie di Ezio, Milly e Jeanne, non nascondono l’emozione: "È stato estremamente commovente: mio padre è stato disconosciuto in tutta la sua vita e per questo ha sofferto molto, è stata una vera vittima della discriminazione razziale". Tolsero il suo nome dai dischi che aveva inciso, fu costretto ad andarsene dalla sua Milano e ad abbandonare la sua carriera per colpa delle leggi razziali (ad avvisarlo poco prima della loro promulgazione fu il figlio del Duce, Vittorio, amante del jazz). Si rifugiò a New York, poi in Perù. Ma anche quando negli anni Sessanta tornò a “casa“ non riuscì più a vivere di musica e di cultura.

"Ed è stata una perdita per tutti", dice con forza il musicologo Bragalini. "La sua storia è stata miracolosamente strappata all’oblio da Luca, che ha fatto un lavoro straordinario", sottolinea ancora la figlia Milly, che ricorda quando papà suonava e organizzava le jam session in salotto: "Continuava a comporre musica anche se non veniva pubblicata". La terza figlia di Ezio, Marina, non c’è più, ma sono arrivati per l’occasione i suoi figli, Davide e Martina: "Mamma ci ha lasciato uno scritto con la storia del nonno – raccontano –. Era andato in Perù perché aveva una sola angoscia: fare scappare anche i suoi genitori e negli Stati Uniti avevano bloccato gli ingressi. Trovarono poi salvezza in Svizzera. In Perù ha conosciuto nonna a una festa, si sono sposati. Ha iniziato a fare l’uomo d’affari, ma aveva un dolore nel cuore per quella grande passione alla quale aveva dovuto rinunciare".

Che ha tramandato però ai nipoti e che risuona nell’auditorium del Conservatorio: "Mio nonno è stata la persona che mi ha trasmesso l’amore per la musica e per il cinema - conferma Andrea -. Tutto quel lato della mia vita, che cerco di portare avanti, lo devo a lui. È stato interessantissimo scoprire i suoi legami con Lattuada e Monicelli. Ma quello che ci ha emozionato di più è che c’è chi ha fatto tutta questa ricerca e si è dedicato al nonno". "Aveva una canzone per tutti, una per ogni nipote – aggiunge Matteo –. A me ha trasmesso anche la passione per le auto d’epoca, mi portava in giro e mi faceva sognare: “Guarda, siamo in America“. Finalmente è stata data voce a entrambe le storie, quella di Ezio e quella di Renato". Un’eredità da trasmettere ai giovani, alle scuole e alla città. "Siamo riconoscenti a questi due uomini che in un periodo tenebroso si sono spesi affinché bellezza e cultura potessero avere diritto di cittadinanza – conclude il professore-detective, Luca Bragalini –. Una lezione da non dimenticare".

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