Mario Mainini da Magnago, catturato dai nazisti e utilizzato come cavia: non morì di malattia, fu ucciso

Ricostruita la verità storica sul soldato italiano morto nella clinica di Hadamar, dove veniva applicato il programma di eutanasia Aktion T-4

Il cimitero di Hadamar, il soldato Mario Mainini e il suo certificato di morte

Il cimitero di Hadamar, il soldato Mario Mainini e il suo certificato di morte

Magnago (Milano) – Il soldato Mario Mainini non morì di malattia. La sua vita, ridotta dai suoi aguzzini a quella di cavia, venne stroncata nella clinica di Hadamar, uno dei luoghi dell'orrore dove veniva applicato il programma di eutanasia Aktion T-4.

Un centro di sterminio dove venivano eliminate le vite che i nazisti ritenevano indegne di essere vissute: malati, pazienti di ospedali e manicomi affetti da malattie incurabili, disabili, ma anche lavoratori forzati, prigionieri di guerra e internati malati e quindi ritenuti "bocche inutili". Mainini, nato a Magnago il 13 marzo 1914, ultimo di tre figli, prima dello scoppio della Guerra lavorava in un'officina meccanica e aiutava il padre nei campi. Militare nel 64esimo Reggimento Fanteria "Cagliari", dopo avere prestato servizio nella zona del Moncenisio e sul fronte greco-albanese, si trovava ancora in Grecia quando, l'8 Settembre 1943, piombò l'annuncio dell'Armistizio. Catturato e deportato dai nazisti in Germania condivise la sorte di internato militare con circa 800mila soldati italiani. Scelse il Lager piuttosto che aderire al Terzo Reich e alla Repubblica Sociale Italiana. Non tornò in Italia, morì da IMI (Internato Militare Italiano) insieme ad altri 50mila che non aderirono.

Mainini venne tradotto nello Stalag XII A di Limburg, in Assia, a metà strada tra Francoforte e Bonn, e divenne uno "schiavo di Hitler", in una delle fabbriche belliche della zona. Ammalatosi di tubercolosi polmonare fu ritenuto "indesiderabile" all'interno dell'organizzazione nazista e trasferito nella clinica di Hadamar, dove venivano anche praticate sterilizzazioni e sperimentazioni di farmaci. Oggi la clinica degli orrori è un Centro di Documentazione Storico. Il 7 marzo 1945 il soldato di Magnago fu dichiarato morto per malattia, ma in realtà era stato usato come cavia per gli esperimenti dei nazisti proprio ad Hadamar. A meno di venti giorni dalla sua morte, il 26 marzo 1945, arrivarono gli americani. Negli archivi risultano nomi di altri soldati italiani.

La famiglia del soldato Mainini è la seconda in Italia, dopo quella dell'IMI di Teramo Dario Cosmi (la cui vicenda è stata pubblicata nel volume "Dispersi di guerra" di Silvia Pascale e Orlando Materassi per Editoriale Programma, uscito nel Giorno della Memoria 2024) a venire a conoscenza della tragica fine del proprio caro. Questo grazie al meticoloso lavoro di ricerca che conducono da anni Silvia Pascale, presidente della sezione di Treviso di ANEI (Associazione Nazionale Ex Internati nei Lager nazisti) e Orlando Materassi, che è stato Presidente Nazionale di ANEI. Attualmente entrambi, insieme ai soci di Treviso, sono impegnati su questa nuova pagina dell'importante progetto storico-scientifico sugli IMI che sono stati uccisi nei cosiddetti centri di "Eutanasia decentralizzata" come Hadamar.

"Ho un prozio, Anadage Zerbini, - dice Silvia Pascale - che è stato a sua volta IMI. Un anno fa, con Orlando Materassi siamo stati ad Heppenheim a visitare l'ex clinica psichiatrica, dove venne internato e ucciso. Un professore del posto, Karl Haerter, ci ha spiegato che chi era morto lì non era stato ucciso da fame o da malattia, ma era stato ucciso all'interno del programma di eutanasia decentralizzata, con brutali amputazioni chirurgiche agli arti. Abbiamo iniziato quindi il lavoro di ricerca su Heppenheim e sul centro collegato di Hadamar, la cui direttrice ci ha fornito la lista degli italiani, dove abbiamo trovato i nomi di Dario Cosmi e Mario Mainini. Abbiamo rintracciato i parenti, grazie anche al supporto di Gabriella Persiani e di Walter De Berardinis. La direttrice ci ha detto che le vittime italiane erano impiegate per il programma T4, attivo dal gennaio ad agosto del 1941, poi interrotto, infine ripreso come centro per la cosiddetta 'eutanasia decentralizzata': erano le autorità locali e i responsabili dei campi di prigionia a segnalare persone malate o giudicate inabili, inutilizzabili per il lavoro e quindi da eliminare. Per il decesso veniva sempre indicata una causa falsa, tbc, problemi cardiaci. Le salme venivano tumulate nel cimitero dell'istituto con delle finte tombe individuali. In realtà, i cadaveri finivano in una fossa comune. Nel 1964 quel finto cimitero venne eliminato. Mario Mainini fu tradotto ad Hadamar il primo marzo del 1945 e lì risulta morto, il 7 marzo sempre del 1945. Ma abbiamo potuto appurare che la data della morte veniva posticipata e spesso coincideva con quella dell'ingresso nella clinica di Hadamar".

Gaetano Peroni, oggi 88enne, è il marito di Rosita Mainini, nipote di Mario in quanto figlia di un fratello: "Sono entrato nella famiglia nel 1955, dieci anni dopo la morte di Mario. La storia è sempre stata la mia passione. Da allora ho iniziato a interessarmi a quella della seconda guerra mondiale. Era il 1955 e della fine di Mario non si sapeva nulla. Sette o otto anni dopo conoscemmo un reduce da campagna di Russia che, di passaggio in Germania per tornare in Italia, aveva conosciuto un uomo di Parabiago che era stato compagno di prigionia di Mario. Questi raccontò che Mario era un pezzo di ragazzo, ma la fame lo aveva debilitato fino a farlo morire".