L'ospedale Mandic
L'ospedale Mandic

Merate (Lecco), 13 maggio 2016 - A novant'anni compiuti in attesa cinque ore in sala d’aspetto del Pronto soccorso prima di essere visitato. È successo l’altro giorno, quando un pensionato di Merate, con parecchi acciacchi legati all’età e alcuni problemi di salute che si trascina da tempo e che non è riuscito a risolvere con il proprio medico di famiglia, si è presentato alle porte del reparto di emergenza del San Leopoldo Mandic accompagnato dal figlio 55enne che lo assiste quotidianamente.

Nonostante il paziente fosse in carrozzina perché impossibilitato a muoversi, le 90 primavere sulle spalle e l’attribuzione del «codice azzurro» riservato agli utenti non in condizioni critiche ma che comunque meritano un occhio di riguardo perché ritenuti fragili – come ad esempio gli anziani, i portatori di handicap, i bambini e le donne in gravidanza – pur essendo approdato in ospedale alle 15 di pomeriggio ha dovuto attendere sino alle 20 passate per un consulto, oltre 300 interminabili minuti, un tempo pressoché infinito ed estremamente disagevole per una persona nella sua precaria situazione. Alla fine tutto si è fortunatamente risolto per il meglio, dopo un breve periodo di ricovero in osservazione necessario per gli accertamenti e le terapie del caso, alle 3 di notte, cioè esattamente 12 ore dopo il suo arrivo al nosocomio brianzolo, è stato dimesso.

«Non ho nulla da rimproverare né ai dottori, né agli infermieri né agli ausiliari – spiega il figlio -. Ho potuto constatare personalmente che non si sono fermati un istante, ciò tuttavia non toglie che non sia assolutamente ammissibile che un anziano come mio padre e come altri debba attendere tanto. È evidente che sussistono problemi di organico o di organizzazione o che comunque il sistema sanitario non funzioni se un paziente di età tanto avanzata è costretto ad aspettare così a lungo».

Anche perché, prima di bussare al Pronto soccorso, il 90enne e i familiari per cercare di risolvere l’inconveniente sanitario le hanno provate tutte appellandosi agli operatori delle cosiddette strutture di continuità assistenziale territoriale, come appunto il medico condotto, la guardia medica, persino un geriatra di fiducia, senza tuttavia riuscire in qualche modo a trovare una soluzione. Il Pronto soccorso è stato dunque la classica «ultima spiaggia», ma certo non immaginavano che le operazioni di «sbarco» sarebbero state così lunghe.