di Daniele De Salvo Durante gli interventi d’urgenza a cui è stato sottoposto a distanza ravvicinata per due volte ha imboccato il tunnel nero della morte e una terza ha visto dall’alto il proprio corpo disteso sul tavolo operatorio. Il direttore della Chirurgia Vascolare dell’ospedale di Lecco Giovanni Rossi che lo stava operando, prima per un un trapianto d’aorta estremo e poi per debellare un’infezione, è però riuscito sempre a riportarlo indietro. "Mi sento un miracolato, sono un resuscitato", racconta Pino Bollini, 74 anni di Robbiate, ex primario di lungo corso dal 1976 al 2000...

di Daniele De Salvo

Durante gli interventi d’urgenza a cui è stato sottoposto a distanza ravvicinata per due volte ha imboccato il tunnel nero della morte e una terza ha visto dall’alto il proprio corpo disteso sul tavolo operatorio. Il direttore della Chirurgia Vascolare dell’ospedale di Lecco Giovanni Rossi che lo stava operando, prima per un un trapianto d’aorta estremo e poi per debellare un’infezione, è però riuscito sempre a riportarlo indietro. "Mi sento un miracolato, sono un resuscitato", racconta Pino Bollini, 74 anni di Robbiate, ex primario di lungo corso dal 1976 al 2000 del Pronto soccorso del San Leopoldo Mandic di Merate, che si è ritrovato dall’altra parte della "barricata" con la consapevolezza propria di un medico che le probabilità giocavano tutte a suo sfavore. "Ero un caso disperato, altri probabilmente mi avrebbero lasciato andare senza nemmeno provarci, ma lui e i componenti della sue equipe invece no", riconosce con gratitudine e ammirazione verso i colleghi che lo hanno strappato da quelli che parevano verdetti capitali clinici irrevocabili. Durante le fasi più critiche, oltre alle indiscusse e riconosciute capacità dei camici bianchi, si è affidato anche a suor Leonella Sgorbati, la religiosa della Consolata assassinata il 17 settembre 2006 sulla soglia dei 66 d’età a Mogadisco e beatificata come martire a tempo di record il 26 maggio 2018 da papa Francesco. "Ho collaborato con lei tra il 2003 e il 2004 – confida -. "Oh", mi sono rivolto a lei, “ci conosciamo, sai chi sono, per favore aiutami“". Il camice bianco, che ora dopo 4 mesi di ricovero è finalmente a casa in convalescenza, dal 1984 è infatti impegnato in Africa in progetti di sviluppo per i quali ha incontrato la missionaria beata.

La sua preoccupazione principale è proprio per i suoi "poveri tra i più poveri" di Sololo, un remoto centro urbano del distretto di Moyale al confine con l’Etiopia, dove tra il resto ha realizzato un villaggio per aiutare i seminomadi Borana del "popolo dimenticato" che dispongono di meno di 1 dollaro al giorno ciascuno a uscire dalla condizioni di povertà estrema, fornendo loro gli strumenti per garantirsi la sussistenza: acqua, vestiti, istruzione, sanità, quando si riesce qualche bestia da allevare, sicurezza.... Già in centinaia ora grazie alla sua intuizione sono in grado di resistere da soli, ma molti di più no, hanno ancora bisogno di lui, che però a causa delle condizioni di salute non ha potuto dedicarsi alla raccolta dei fondi necessari. Sulla zona incombe costante anche il rischio della siccità.

"La situazione, che ognuno può verificare tramite il nostro sito “sololo.eu“, lì non è più economicamente sostenibile, tutto dipende dal riuscire a raccogliere complessivamente ogni mese circa 4mila euro rispetto a quanto giù ci viene donato con il sostegno a distanza – spiega Pino Bollini -. Una piccola donazione mensile, purché costante, può segnare la differenza per centinaia di ultimi tra gli ultimi".