DIEGO VINCENTI
Cultura e Spettacoli

MTM celebra 10 anni con "L'Avaro e la troupe du roi" di Valeria Cavalli

MTM festeggia un decennio con una nuova edizione de "L'Avaro", riscritta da Valeria Cavalli, in scena al Teatro Leonardo.

MTM festeggia un decennio con una nuova edizione de "L'Avaro", riscritta da Valeria Cavalli, in scena al Teatro Leonardo.

MTM festeggia un decennio con una nuova edizione de "L'Avaro", riscritta da Valeria Cavalli, in scena al Teatro Leonardo.

É un po’ tutto cominciato da qui. Da questo Avaro che dieci anni fa debuttò nei giorni caldi della fusione fra Quelli di Grock e la squadra del Litta. Per dar vita a MTM. Da allora un decennio di sfide e di conquiste, ricostruendo un pezzettino alla volta la propria identità progettuale. Come dimostra "L’Avaro e la troupe du roi" dal 10 dicembre al Leonardo. Nuova edizione.

Di una riscrittura molieriana firmata da Valeria Cavalli, anche alla regia con Claudio Intropido. Protagonista Pietro De Pascalis. È lui Arpagone, innamorato del soldo e di sé stesso. Con al suo fianco Ludovico D’Agostino, Cristina Liparoto, Giulia Marchesi, Sabrina Marforio, Marco Oliva, Isabella Perego e Simone Severgnini.

Pietro, com’è il suo Arpagone?

"Infantile. Un bambino che non accetta di crescere, la sua coperta di Linus è un bauletto pieno di monete che accumula e accudisce come fossero figli. Un po’ insopportabile e un po’ dolce, non risolto".

Perché fare oggi Molière?

"Le sue opere furono scritte per il re e la sua corte, quelle figure intorno al potere di cui fa emergere limiti e difetti, a partire proprio da questa idea dell’accumulo che tanto appartiene anche ai nostri giorni. Alla fine erano divertentissimi testi di denuncia". La riscrittura ha accentuato il gioco metateatrale.

"Esattamente. Valeria Cavalli ha messo la commedia in dialogo con "L’improvvisazione di Versailles". E così sul palco siamo in una grande scatola, per raccontare di una compagnia che deve mettere in scena "L’avaro". Una stratificazione di livelli. D’altronde lo stesso Molière amava citare sé stesso. Era un genio e sapeva di esserlo".

Questa è anche la stagione dei 50 anni di Grock.

"Abbiamo una lunga storia alle spalle, siamo in evoluzione. Quando fu fondata la compagnia da Maurizio Nichetti, il mimo e la clownerie erano i linguaggi principali. Col tempo ci siamo guadagnati una voce. E oggi la scuola è basata su un teatro di parola ma non si è persa quella matrice più vicina al corpo e al movimento".

Siete riusciti a proteggere l’identità di Grock?

"C’è voluto tempo. Ma ci siamo riusciti. Capendo l’importanza del confronto fra le parti, del contaminarsi. Lo spettacolo simbolo è forse lo "Zio Vanja" diretto da Antonio Syxty e Claudio Orlandini, dove si è data concretezza all’incrocio di due visioni".

I ragazzi della scuola?

"Hanno lo sguardo di chi non sa bene dove girarsi eppure mostrano una gran voglia di mettersi in gioco e di imparare, anche in condizioni di difficoltà. Attitudine che cerco di mantenere viva anche in me, come interprete e come insegnante".