Luca Carboni
Luca Carboni

Milano,16 febbraio 2016 - Dice di avere invidiato, da ragazzo, la gente che vive a Milano e “le forme di vita di un pianeta lontano”, ma oggi come allora niente potrebbe sradicare Luca Carboni dalle logiche piane di quella Bologna che si porta tatuata sull’anima. «Pure io negli anni Ottanta progettavo di venire a vivere qui, perché Milano è la New York d’Italia” ammette l’uomo dal fisico bestiale tra una prova e l’altra del nuovo show che deposita il 18 febbraio al Fabrique, dopo l’anteprima del 16 al Teatro San Domenico di Crema. «In realtà nella canzone che ho voluto dedicare al capoluogo lombardo nel mio nuovo album ‘Pop-up’ utilizzo la città come pretesto per iniziare un viaggio interiore alla ricerca della voglia di realizzarci che abbiamo dentro».

Dopo decenni di palasport, perché i club?

«Perché volevo un concerto live fino in fondo, in una dimensione un po’ più selvaggia di quella che hanno teatri e palazzi dello sport. Qualcosa che si avvicinasse a certe esibizioni del 1987, quando le novantamila copie vendute da ‘Forever’ dicevano che le mie quotazioni stavano salendo, ma non ero ancora consacrato come interprete live. Per la promozione del nuovo disco decidemmo così di partire da dancing e discoteche davanti a platee da 300 paganti o giù di lì che pian piano il successo di singoli come ‘Silvia lo sai’ e ‘Farfallina’ trasformò in migliaia, costringendoci a passare prima ai teatri, poi ai palasport e infine agli stadi di provincia da diecimila persone».

Questo show in replica pure al Palabanco di Brescia il 14 aprile, che obiettivi ha?

«Il nuovo album ha degli arrangiamenti molto elettropop che la cornice dei club mi dà la possibilità di vivere in maniera intima, con il pubblico scatenato lì a due passi. Mi piace infatti questa idea di condivisione, anche fisica, con chi mi segue».

E la tecnologia?

«C’è pure quella. Anche se i palchi dei club sono abbastanza piccoli, abbiamo una produzione con tre schermi affinché il racconto visivo sia all’altezza di quello musicale. Insomma, un po’ stretti, ma felici.

“Pop-up” ha un suono ben definito.

«Già, e sono andato a ricercare canzoni dei miei anni Ottanta che in qualche modo si adeguassero bene alla visione sonora di quest’ultimo album che fonde sonorità contemporanee con citazioni proprio di quell’epoca».

C’è chi ha avvicinato “Pop-up” a “Carboni” del ’92. Solo che la produzione qui è di Michele Canova e lì di Mauro Malavasi.

«Stiamo parlando di due personaggi diversi, figli di epoche diverse, ma legati entrambi da una grande attenzione per il mondo elettronico e quindi portati ad un attento lavoro di programmazione. Non a caso nel ’92 cercai Mauro, folgorato da ‘Kalimba de luna’ di Tony Esposito e da ‘Soul express’ di Enzo Avitabile, perché avevo in mente un disco di stampo cantautorale caratterizzato da sonorità molto più leggere ed elettriche di quelle che si sentivano in giro. Diciamo che Canova è un po’ il Malavasi di oggi».

Il vostro incontro risale al disco precedente.

«Sì, con Michele ci siamo incontrati grazie al brano ‘Fisico & politico’, che inizialmente avrebbe dovuto far parte di ‘Pop-up’, ma poi diventò l’inedito di un album di duetti inciso tutto con questa filosofia. Una scelta azzeccata. Avere due anni di tempo in più, infatti, mi ha permesso di dare alle stampe un album d’inediti più consapevole e ben scritto».

Potendo rimettere in piedi un tour a due come quello con Jovanotti del ’92, chi le piacerebbe coinvolgere?

«Sarebbe bello fare qualcosa fuori dalle righe con un gruppo indie tipo Lo Stato Sociale».

Stasera alle 21 al Teatro San Domenico di Crema (piazza Trento e Trieste 6), biglietti esauriti; giovedì alle 21 al Fabrique di Milano (via Gaudenzio Fantoli 9).