Arctic Monkeys
Arctic Monkeys

Milano , 3 giugno 2018 - Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità. La calma piatta di quel Mare della Tranquillità a cui rimanda “Tranquillity Base Hotel & Casino”, l’album che gli Arctic Monkeys offrono in pasto domani sera al popolo del Forum d’Assago poco si addice, forse, alla forza tellurica dello show con cui Alex Turner e compagni tornano a Milano. L’immagine del resort lunare su cui gioca il disco col pensiero all’impresa di Neil Armstrong e Buzz Aldrin è, infatti, quella suggerita dal cambio di direzione con cui la musica della band inglese s’è trovata a fare i conti dopo i trionfi dell’ultimo album “AM”, propiziata da un evento imprevisto e imprevedibile come la passione di Turner per lo Steinway Vertegrand regalatogli un paio di anni fa dal manager per il suo trentesimo compleanno. «Ho scoperto di avere col pianoforte un approccio molto diverso rispetto a quello che ho con la chitarra e questo m’ha spinto verso soluzioni che non mi sarebbero mai venute in mente suonando il mio strumento», ha spiegato il leader della band.

«Mi sono tornate alla mente le cose che suonava al piano mio padre, ma, a guardare bene, le influenze sono state molteplici, comprese quelle esercitate da composizioni come “Histoire de Melody Nelson” di Serge Gainsbourg, “Born to be with you” di Dion o la colonna sonora jazz composta da François de Roubaix per “Le samourai” di Jean-Pierre Melville». Un insieme di stimoli che ha spinto Turner, Jamie Cook, Nick O’Malley e Matt Helders (affiancati in scena da altri quattro musicisti) a declinare la loro idea di rock anni Duemila spaziando tra sonorità che spaziano dal Bowie di “Space oddity” a Leonard Cohen, a quel Nick Cave omaggiato due anni fa con la cover di “Red right hand”.

Tutto con una sterzata rispetto alla rotta seguita in passato da accendere all’interno della band la discussione se “Tranquillity Base Hotel & Casino” potesse arrivare sul mercato come album condiviso o non andasse piuttosto considerato un progetto solista dello stesso Turner. Alla fine è prevalsa la scelta comune a ribadire, forse, il peso e la bontà dell’apporto offerto da tutti. Le scimmie artiche non si sentono una band “cool” e tra i solchi di “Star treatment” ci scherzano sopra («avrei voluto diventare uno degli Strokes e ora guarda che casino che mi hai fatto fare»), ma la loro sci-fi continua a fare proseliti e ad ingrossare le fila di fan che la settimana scorsa hanno preso d’assalto i loro concerti la cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma per due sere consecutive e si preparano a fare altrettanto per questa replica milanese esaurita ormai da mesi. Merito di una scrittura che per gli Arctic Monkeys oggi punta ancor più del passato sull’uso della melodia, di una progettualità lucidissima, e di una sana passione del loro leader, che nella sua casa di Hollywood dice di tenere appeso sopra al piano un poster del “Roma” di Federico Fellini, per l’Italia dei caroselli, di Mina e di Adriano Celentano («so che lo chiamano The Molleggiato, dicono che a ispirarlo siano stati Elvis Presley e Jerry Lewis. “Il tuo bacio è come un rock” è un capolavoro»). Lui sì che se ne intende.