Posto di blocco della polizia
Posto di blocco della polizia

Milano, 29 marzo 2020 - «Chiudere il più possibile, restare in casa, limitare i contatti per poter superare l’emergenza e ripartire". Silvio Garattini, 91 anni, presidente e fondatore dell’istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano guarda all’altalena dei dati su contagi, morti e guarigioni. Un bollettino di guerra quotidiano nella regione locomotiva d’Italia, uno dei territori più colpiti dal coronavirus a livello globale.

L’unica soluzione reale, finora, è mettersi in quarantena, congelare tutte le attività che possono comportare contatti tra persone e, di conseguenza, contagi. Così, di fronte a un allarme che non rientra, si moltiplicano le voci che chiedono misure ancora più restrittive, a una settimana dall’entrata in vigore del decreto del Governo che ha imposto una stretta alle attività produttive ‘non essenziali’. Una Lombardia ‘zona rossa’, con misure più severe rispetto a quelle in vigore sul territorio nazionale, ultimo baluardo per fare da argine all’avanzata dalla pandemia. Voci che chiedono decisioni forti, invitano i cittadini a un ulteriore sacrificio per poi cogliere i frutti in futuro, soprattutto in termini di vite umane salvate. "Un errore iniziale è stato quello di non creare subito una ‘zona rossa’ tra Alzano e Nembro, nella Bergamasca, chiudendo solo Codogno", spiega Garattini. "Sono consapevole che del senno di poi sono piene le fosse – prosegue – ma in un primo momento la situazione è stata sottovalutata. Ridurre la circolazione delle persone serve per impedire il contagio, senza dubbio le chiusure servono e, meglio tardi che mai, le persone hanno iniziato a capirlo, Da quello che posso vedere, a Milano le strade sono deserte". E sulla strada delle chiusure bisogna proseguire, se si vuole arginare la diffusione del virus. Garattini, citando le parole del sindaco di Milano Giuseppe Sala, sottolinea che "quando ci sarà, la ripartenza dovrà avvenire in modo graduale" perché "per qualche tempo non si potrà fare la vita di prima, andare al cinema e a teatro quando si vuole": Per lo scienziato "non bisogna stupirsi del fatto che in Lombardia ci siano più contagi rispetto ad altre regioni, perché qui vivono dieci milioni di abitanti e i numeri variano anche a seconda della quantità di tamponi che vengono effettuati giorno dopo giorno".

Dieci milioni di italiani che vanno protetti. Il presidente della Regione Attilio Fontana e l’assessore al Welfare Giulio Gallera sono stati tra i primi a chiedere al Governo un ‘lockdown’, con l’obiettivo di frenare una situazione fuori controllo. Sulla stessa linea il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, e il primo cittadino di Brescia Emilio Del Bono, in trincea in due delle città più colpite. Con gli altri sindaci lombardi e il governatore Fontana lo scorso 20 marzo avevano inoltrato al Governo un documento per chiedere misure ulteriori "perché la situazione lo richiede". Le misure sono arrivate, ma non sono ancora sufficienti per stoppare il virus. Lo denunciano sindacati, associazioni e anche i sanitari in prima linea nell’emergenza, come Sergo Cattaneo, primario di Cardiorianimazione degli Spedali Civili di Brescia: "Le terapie intensive di Brescia non hanno più posti – ha dichiarato nei giorni scorsi – il mio appello alle istituzioni è chiudere tutto". Anche perché sono ancora numerose le attività produttive esentate da una stretta che in alcuni casi rischia di rimanere solo sulla carta. Secondo un rapporto della Cisl, si concentra in Lombardia il 18.6% delle imprese italiane che in queste settimane non sono interessate dal ‘lockdown’: 38.766 imprese. Un dato che si traduce in migliaia di lavoratori ancora in circolazione. E possibilità di contagio che – è l’appello lanciato anche attraverso editoriali su quotidiani nazionali che chiedono di chiudere tutto – si potrebbero arginare con scelte ancora più coraggiose.