GABRIELE MORONI
Cronaca

Il cold case di Casalsigone. Laura Bosetti, accoltellata a 14 anni, e quel killer “protetto dall’omertà”

La ragazzina venne aggredita alle spalle nei campi, la lama penetrò fino all’impugnatura L’investigatore che seguì il caso: in paese mezze parole e ambiguità

Laura Bosetti e il cippo che la ricorda

Laura Bosetti e il cippo che la ricorda

Pozzaglio (Cremona) – Forse vive ancora e dopo mezzo secolo continua a essere protetto dal silenzio, dall’omertà. È l’assassino che il 12 luglio 1974 uccide una ragazzina di 14 anni con una coltellata alla schiena. Le campagne cremonesi sono immerse nell’afa. Casalsigone è un paese di nemmeno 400 abitanti, frazione di Pozzaglio ed Uniti. Sono da poco passate le cinque del pomeriggio. Un operaio dell’Enel sta percorrendo alla guida di un furgone la strada che porta a Ossalengo.

Nota una ragazza che si sbraccia dal ciglio della strada cercando di attirare la sua attenzione. Si ferma. La ragazza tiene in mano un coltello da cucina insanguinato. Dalla schiena il sangue fuoriesce copioso. Paradossalmente proprio il coltello, facendo da "tappo", avrebbe salvato la ragazza se lei stessa non l’avesse estratto. Mormora qualche parola confusa: "Ospedale, per favore, coltello". Non fa nessun nome. È probabilmente già morta quando viene portata al pronto soccorso di Cremona. Laura Bosetti è l’unica figlia di una coppia di agricoltori. Vive in una cascina di fronte alla chiesa di Sant’Andrea. Quel pomeriggio è con le amiche fino alle 16.45. Poi ha deciso di fare una sorpresa al padre, allo zio e a un cugino che lavorano in campagna, a un chilometro dal cascinale. È uscita in bici con un bottiglione di limonata fresca. Viene fermato un uomo che ha fama di esibizionista. Rimane in galera per quaranta giorni.

Troppi prima che si dia credito ai testimoni che alle 16.40 lo hanno visto al passaggio a livello di Ossalengo: cronometro alla mano, era impossibile che venti minuti più tardi si trovasse sul ponticello di Casalsigone dove era avvenuta l’aggressione. Nel 2014 una cugina di Laura, Francesca, dice di conoscere il nome dell’assassino ma di non avere le prove e chiede la riapertura delle indagini. Il procuratore di Cremona, Adriano Padula, riapre il caso. Secondo il magistrato, che riceve ancora lettere anonime sulla vicenda, l’istruttoria all’epoca "poteva essere leggermente più approfondita" e si trattava di "un delitto sul quale si è steso un velo di duratura e inspiegabile omertà".

Antonino Di Mora è un capitano del commissariato della Croce Rossa militare in congedo, presidente dell’Unuci (Unione nazionale ufficiali in congedo d’Italia) di Cremona. Esperto di criminalistica, membro dell’Accademia italiana di Scienze forensi, nel 1986 lavora per agenzie di investigazioni. Si mette a disposizione della famiglia Bosetti e inizia a indagare.

"È stato un delitto ambientale. Il killer viveva e lavorava lì, in quel contesto. Un uomo che quando la vittima gli ha voltato le spalle ha sferrato quell’unico fendente con una forza tale che la lama è penetrata fino al manico sotto la scapola sinistra. Un omicidio d’impeto. Dopo avere colpito, se n’è andato portandosi il bottiglione della limonata. Dodici anni dopo il paese era ancora chiuso in una specie di autodifesa. Persone che al tempo avevano fatto certe dichiarazioni ai carabinieri, a me hanno risposto ‘Io non ho detto così’, ‘Non intendevo questo’. L’amica che aveva dichiarato che Laura era impaurita perché c’era un tizio con un motorino rosso che la seguiva, mi ha risposto di non ricordarsi di averlo detto. Dalla gente non solo non ho ottenuto nulla, anzi ho colto insofferenza, quasi un senso di fastidio. C’era chi chiudeva subito il discorso con il classico ‘Non è uno di qui, cercatelo fuori’. Anni fa ho tenuto a Cremona un incontro sul cold case di Casalsigone, invitato da Spaziocomune. Sono stato attaccato da due signore che mi hanno invitato a smetterla. Mi hanno detto che erano parenti di Laura Bosetti". Un grande rammarico.

"Con i mezzi di oggi si potrebbe fare qualcosa di più. Per esempio io sono convinto che, sferrando un colpo tanto violento con un coltello privo dell’elsa, l’assassino si sia ferito per ‘scorrimento’. Sulla lama lunga 13 centimetri deve essere rimasto il suo sangue mischiato a quello della vittima. Quando ho cercato il coltello non l’ho trovato. Chissà dov’è finito. Sarà da qualche parte nell’archivio del Tribunale di Cremona. Sono passati cinquant’anni. E ora si può fare soltanto accademia".