La dogana di Brogeda
La dogana di Brogeda

Como, 28 marzo 2020 - Era dai tempi della Seconda Guerra mondiale che non si vedevano i soldati dell’esercito svizzero in mimetica a presidiare i valichi al confine con l’Italia. Quello che non è accaduto in settant’anni di pace è accaduto in quindici giorni di coronavirus, da quando anche in Canton Ticino il Covid-19 ha iniziato a fa paura. "Il Consiglio federale nelle settimane scorse ha deciso di introdurre gradualmente al confine con Italia, Germania, Austria e Francia controlli di frontiera Schengen e di limitare le entrate in Svizzera – spiegano dall’Agenzia federale delle dogane –. Queste misure mirano a proteggere la popolazione svizzera e a garantire le capacità del settore sanitario. Per poter attuare in modo mirato tali misure, l’amministrazione ha chiuso tutti i valichi di confine più piccoli in Svizzera, canalizzando il traffico presso i valichi più grandi".

Anche così però i doganieri non riescono a garantire da soli i controlli al confine dove, da alcuni giorni a questa parte, a chi entra in Svizzera oltre ai documenti viene misurata anche la temperatura corporea. Un provvedimento che è stato preso in particolare nei confronti dei camionisti che sono gli unici, insieme ai frontalieri, a poter accedere ai valichi con il risultato che ci vogliono vogliono anche due o più ore di attesa in coda a Brogeda. Da ieri a dare una mano ai doganieri ci sono anche una cinquantina di militari, ma da Ginevra sono pronti a mobilitarne fino a 8mila per dare una mano ai Cantoni.

"I membri dell’esercito saranno impiegati in vari ambiti – ha chiarito in un comunicato il Governo federale –. Rispetto alle persone svolgeranno compiti relativi alla sicurezza oppure forniranno sostegno nella canalizzazione del traffico e nella sorveglianza dei valichi di confine e di aree territoriali". La loro presenza è garantita fino al mese di giugno, ma potrebbe prolungarsi. Intanto i sindacati italiani chiedono più garanzie per i frontalieri che continuano a svolgere in Svizzera mansioni che in Italia sono state sospese. "Chiediamo a Roma e Berna di adottare interventi omogenei per limitare la rapida diffusione del virus – spiega Giuseppe Augurusa della Cgil –. Una strategia comune rispetto al lavoro dei nostri frontalieri passa dalla chiusura delle attività non strategiche nei Cantoni di confine. Chiediamo inoltre che ai lavoratori italiani siano messi a disposizione mezzi di protezione individuale e inoltre che si riconsideri l’apertura dei piccoli varchi di frontiera". Si sono uniti alla richiesta anche i sindaci dell’Olgiatese, che hanno inviato una lettera al ministero degli Esteri firmata da una ventina di loro per chiedere di riaprire il valico di Bizzarone, chiuso dalla Svizzera un paio di giorni fa.

"Chiediamo che la Svizzera valuti concretamente la sospensione di ogni attività produttiva, ad esclusione di quelle necessarie all’erogazione dei servizi essenziali alla popolazione – spiegano –. I frontalieri e gli italiani sono la spina dorsale del Ticino e non possiamo accettare siano trattati in questo modo. Chiediamo alla Svizzera di riaprire il valico di Bizzarone e di consentire ai nostri concittadini di potersi recare al lavoro in sicurezza e senza dover subire ogni giorno decisioni di questo tipo. Chiediamo a Governo, Regione Lombardia e Anci di attivarsi per risolvere questa situazione e scongiurare altre iniziative unilaterali del Governo svizzero".