Brescia, 20 marzo 2018 - L'originale è conservato nella chiesa dei Santi Nazario e Celso che ha negato il prestito al museo, dove si ammira dunque «solo» una riproduzione video. Detta così, sembra un ripiego. Invece la resa hi-tech del polittico Averoldi, rivoluzionario capolavoro del Vecellio attorno a cui ruota la mostra “Tiziano e la pittura del Cinquecento tra Venezia e Brescia” - da domani al 1° luglio a Santa Giulia, Brescia - è straordinaria.

Si entra in una stanza e si viene letteralmente investiti da un gigantesco Cristo risorto, eroico, scultoreo e in movimento, che irrompe da un un paesaggio sconvolto per il miracolo, con accanto un altrettanto possente San Sebastiano, l’Annunciazione e San Nazaro. La ventata di forza coloristica e iconografica ancora colpisce. Ci si può immaginare dunque l’effetto che provocò Tiziano tra gli artisti coevi, loro malgrado soggiogati. Promossa da Comune e Fondazione Brescia Musei e organizzata da Civita mostre, la rassegna indaga proprio l’influenza del maestro veneziano sugli alfieri del primo Rinascimento locale, Romanino, Moretto e Savoldo, i quali pur continuando a tener ferma la propria identità non poterono sottrarsi a un confronto. Il curatore Francesco Frangi ha selezionato una sessantina di quadri e disegni da tutto il mondo (dalla Pinacoteca di Brera ai Musei Capitolini di Roma, dal Prado di Madrid, al museo Puskin di Mosca passando per la National Gallery di Washington). Ma anche da una decina di parrocchie del territorio, coinvolte in un’ottica di museo diffuso. Ieri, vigilia dell’inaugurazione, Santa Giulia pullulava di funzionari dei musei e conservatori, impegnati a studiare la resa delle opere, alcune sui cavalletti, altre già appese. Divisa in 6 sezioni, la mostra apre con un manifesto dei legami a doppio filo tra la Leonessa, nel 1426 passata sotto la Serenissima, e Venezia. Meta obbligata per musicisti, nobili e artisti, nella città lagunare nacque addirittura una Casa bressana per gli ospiti. E San Marco campeggia sullo sfondo del “Riposo nella fuga in Egitto” di un Savoldo che addirittura a Venezia si trasferì. L’influsso dal Vecellio è da manuale in una sequenza di Madonne con Bimbo con rimandi alla prima opera di Tiziano conosciuta, prestata dall’Accademia Carrara di Bergamo, e a una dal Prado.

Non mancano chicche inedite: la grande xilografia “Il Trionfo di Cristo”, custodita dai Musei civici e restaurata per l’occasione, e un Cristo benedicente scovato in una cappella del Duomo attribuita ora a Moretto. A documentare l’intensità dei rapporti tra bresciani e veneziani anche il diffondersi di un’iconografia comune, specie nel campo della devozione privata. E ancora, Tiziano, star contesa dai committenti - l’ambasciatore del duca di Ferrara Alfonso I d’Este fece di tutto per dirottare il polittico Averoldi dal vescovo Altobello Averoldi al suo signore - era anche un talentuoso ritrattista, cui è dedicata una sezione in cui spiccano un ritratto del suo medico personale e uno del maestro stesso ad opera di Tommaso Mosti. Altra grande traccia lasciata da un Tiziano ottantenne a Brescia, le tre allegorie della città concepite per la Loggia e andate distrutte in un incendio nel 1575. La mostra ripercorre il progetto di decorazione del palazzo, cui partecipò anche Palladio, offrendo riproduzioni in incisioni d’epoca. «È il trionfo del Rinascimento bresciano», dice il direttore di Brescia Musei Luigi Di Corato. Il 17 marzo infatti dopo 9 anni di chiusura ha riaperto anche la Pinacoteca Tosio Martinengo, restaurata con i capolavori del Cinquecento locale, e il 23 inaugurerà la casa del fondatore, il conte Tosio.