Souad Alloumi Il corpo non è mai stato trovato
Souad Alloumi Il corpo non è mai stato trovato

Brescia, 12 settembre 2019 - «Lui l’aveva detto chiaramente a Souad: “Se non torni con me ti faccio a pezzi e ti faccio sparire, non ti permetterò di stare con altri”. E glielo ripeteva. Lei diceva che dai suoi occhi si capiva che sarebbe stato capace di farlo»: Imane è la sorella maggiore di Souad Alloumi, la 29enne marocchina scomparsa tra il 3 e il 4 giugno 2018 dalla sua casa di Brescia, dove si era trasferita con i bimbi dopo una travagliata separazione.

Dietro quella sparizione, sono certi i pm Cristina Bonomo e Gianluca Grippo, c’è Adbelmjid El Biti, 51 anni, l’ex consorte ora sotto processo per omicidio premeditato aggravato, soppressione di cadavere, stalking, maltrattamenti, violenza sessuale e minacce. Il presidente dell’Assise Roberto Spanò ha unificato due procedimenti nei quali l’unico imputato è l’operaio di Seniga, accusato di avere strangolato e fatto sparire la ex che se n’era andata da casa. Contro di lui, descritto come ossessionato dalla gelosia (i tabulati indicano che gli ultimi 15 giorni le telefonò 106 volte) si sono costituiti parte civile Yasmine e Adam, i figli di 10 e 4 anni, tramite la tutrice, e i suoceri. Detenuto a Bergamo, ieri El Biti era in aula, seduto tra gli avvocati Federico Abate e Laura Rusconi. Sguardo duro e privo di commozione, ha ascoltato in silenzio le deposizioni dei primi testi dell’accusa.

È emerso di quale incubo fosse prigioniera Souad. «Una notte del 2016 mi suonò, io rimasi scioccata: aveva il volto tumefatto per le botte, le aveva sbattuto la faccia contro il muro», ha riferito Laurina Loda, una vicina. «Subito dopo la nascita della bimba ha iniziato a picchiarla, violentarla, impedirle contatti con la famiglia – ha raccontato Sukaina, amica inseparabile -. Un giorno lui davanti a me e ai piccoli aveva cominciato a darle della p... e a dirle che l’avrebbe uccisa se fosse stata con un altro». E ancora: «Due settimane prima di sparire mi mandò una foto con un livido: l’aveva morsicata su un braccio, furioso perché le spettavano 10mila euro di assegni arretrati».

Anche Antonio, giovane cubano che Souad aveva conosciuto in discoteca e frequentava da tre settimane, ricorda di averle visto lividi. «Lei si inventava scuse, non voleva nominare il marito». Il primo a indagare è stato il commissario capo della Locale Paolo Avanzini. Il 4 giugno un vicino di Soud chiamò El Biti per avvertirlo: la figlia gli aveva bussato, lei e il fratellino non trovavano più la mamma. Il giorno dopo l’imputato segnalò la scomparsa della ex ai servizi sociali, bisognava sistemare i minori. «Li convocai in caserma, lui ostentava tranquillità. Notai però dei segni da colluttazione sulle braccia, e sulla schiena a aveva un lungo graffio. A casa c’erano tutti i vestiti di lei e appena ho chiamato un’amica per sapere che fine avesse fatto la ragazza, scoppiò in lacrime».

A casa dell’operaio, nella cameretta dei figli, Avanzini trovò fascette da elettricista e l’orologio di Souad. Le immagini della telecamera del bar “Le Rose”, che inquadra il cortile dell’appartamento della 29enne, sono la chiave di volta della ricostruzione accusatoria. L’imputato lo lasciò alle 4.45 del 4 giugno con un voluminoso borsone nero trascinato a fatica fino alla macchina. Giovanni Mulè, sovrintendente della Sis della Polizia, l’ha comparato con una borsa fatta ritrovare da El Biti e indicata come quella utilizzata quella notte, a suo dire contente lenzuola: «Non era la stessa. E da quelle immagini si vedeva che dall’alto spuntava qualcosa di bianco dalla forma allungata, che faceva pensare a delle gambe».