Piazza della Loggia, morto Redento Peroni: per 50 anni in corpo 8 schegge della bomba

Fra i 102 feriti, era tra gli ultimi sopravvissuti rimasti senza giustizia. Se n’è andato alla vigilia dei processi ai presunti esecutori Zorzi e Toffaloni

Redento Peroni, a sinistra, con il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime Manlio Milani
Redento Peroni, a sinistra, con il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime Manlio Milani

Brescia – Ha vissuto 50 anni con in corpo otto schegge di quella bomba che, semmai fosse stato possibile dimenticare, lo aveva marchiato per sempre. Redento Peroni, uno dei 102 feriti nella strage di piazza Loggia, è morto sabato scorso a 85 anni. Mancando per un soffio il suo ultimo desiderio: partecipare al cinquantesimo dell’eccidio, che quest’anno vedrà la presenza a Brescia di Mattarella.

"Il 28 maggio 1974 alle 10.12 ho smesso di essere quel che ero e ho cominciato a essere quello che sarei stato per il resto della mia vita: un sopravvissuto" ripeteva spesso Peroni, una frase riportata anche in un libro, “Una specie di vento“, scritto sei anni fa insieme al bresciano Marco Archetti. Nato nel 1938 da una famiglia antifascista, assiduo cercatore della memoria e della verità storica e giudiziaria, Peroni per anni ha tentato di rimuovere dalla coscienza quella bomba non parlandone con nessuno. Finché si è sciolto, iniziando a raccontare ai suoi nipoti (ne aveva dieci, ndr) per quale ragione quella mattina fosse in piazza a manifestare contro la recrudescenza fascista. "Gnaro vé denter che‘l piof", disse quella mattina di 50 anni fa in dialetto bresciano l’amico Bartolomeo Talenti a Peroni, all’epoca 36 anni, che si salvò perché due corpi gli fecero da scudo. Quelli di Euplo Natali e di Talenti, appunto, morti insieme a Giulia Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Luigi Pinto, Alberto Trebeschi e Vittorio Zambarda.

E la giustizia, a che punto è? Il 20 giugno 2017 la Cassazione confermò la condanna all’ergastolo di Carlo Maria Maggi, il medico veneziano leader di Ordine nuovo nel Triveneto considerato il regista della strategia della tensione (morto ai domiciliari) e l’ex spia del Sid ‘Fonte Tritone’, il 70enne padovano Maurizio Tramonte, che sconta il carcere a vita a Fossombrone ma continua a dirsi innocente. I suoi legali Baldassarre Lauria e Pardo Cellini dopo la bocciatura di una revisione stanno lavorando a una seconda istanza.

E poi c’è la procura bresciana che non si dà per vinta, ha continuato a indagare e di recente ha portato a giudizio i due presunti esecutori materiali che piazzarono la gelignite nel cestino dei rifiuti: Roberto Zorzi, settantenne ex ordinovista veronese da anni naturalizzato negli Usa dove alleva dobermann (per lui il processo inizierà il 29 febbraio) e il conterraneo Marco Toffaloni, allora sedicenne e oggi cittadino elvetico col nome di Franco Maria Muller, (in Assise il 7 marzo).