Hina Saleem: la sua morte divenne un caso nazionale (Fotolive)
Hina Saleem: la sua morte divenne un caso nazionale (Fotolive)

Lumezzane, 24 giugno 2018 - Quella foto aveva fatto il giro di tutti i giornali. E ora ha scatenato una gran polemica. Lo scatto ritrae Hina, vent’anni, maglia rosa scollata, che posa sorridente e libera, lontana dalla mentalità del padre Mohammad che l’11 agosto 2006 la uccise a coltellate e la seppellì con la testa rivolta alla Mecca nell’orto di casa, in mezzo ai pomodori, con l’aiuto dei parenti. Da qualche giorno l’immagine della ragazza pachistana poi assurta a icona della ribellione femminile ai diktat religiosi campeggia su una tomba nuova di zecca, nel settore islamico del cimitero Vantiniano di Brescia. Un benefattore bresciano, per scelta anonimo, ha regalato in memoria della giovane fino a poco fa ricordata da una lapide spoglia e nascosta dalle erbacce una tomba vera, in marmo, con tanto di foto.

Ma quella foto fa discutere. Ha messo in subbuglio la comunità pakistana di Brescia, che tramite il portavoce ne chiede l’immediata rimozione: «È stato compiuto un errore grave – stigmatizza Sajed Shah –. È vero che Hina non era praticante, ma era musulmana. Lo sanno tutti che la nostra religione vieta le foto per i defunti». Suleman Saleem, 26 anni, il fratello maggiore della ragazza (di fatto il capofamiglia da quando il padre si trova in carcere) è più possibilista. Ma quello scatto non gli piace, vorrebbe sostituirlo con uno in cui la sorella appaia più vestita: «Anche voi in chiesa ci andate con un abbigliamento decoroso, no? Qui lei è in canottiera, non va bene. È questione di rispetto. Ma siamo davvero felici per la tomba. Noi purtroppo non potevamo permettercela». Suleman quando avvenne l’omicidio era in Pakistan con la madre Bushra e altri familiari. Hina era sola a Brescia. Convivente con il fidanzato italiano, abituata a fumare e bere, fu attirata con una scusa nell’abitazione dei Saleem a Ponte Zanano di Sarezzo. Da quella casa non uscì viva.

«Uccisa per un distorto rapporto di possesso parentale», sentenziò la Cassazione condannando Mohammed a 30 anni, i generi di Hina nemmeno trentenni a 17 e lo zio materno, che partecipò solo alla sepoltura, a poco più di due. Da qualche anno i Saleem hanno lasciato l’appartamento di Zanano (battuto all’asta) e ora abitano una casupola a Lumezzane, abbarbicata tra vicoli e fabbrichette. «Siamo in quindici. Mia madre, i miei cinque fratelli, i cognati, i nostri figli e i nipoti. Lavoriamo solo io e mia mamma», continua Suleman, ex gestore di un money transfer fallito, oggi corriere. Mamma Bushra, cucitrice, non ha mai fatto mistero di aver perdonato il marito, «un brav’uomo che ha sbagliato in un momento di rabbia». Lo aspetta. «L’abbiamo aiutata noi figli a perdonare e lei l’ha fatto per la nostra serenità.

Ogni mese andiamo Bollate a trovare mio papà ma non abbiamo mai davvero parlato con lui di Hina. Finora ha avuto solo un paio di permessi per venirci a trovare, per il matrimonio di mia sorella e per il compleanno di un’altra, la più piccola. Conoscendolo so che quel che ha fatto non c’entra con la religione. Non ha mai osteggiato lo stile di vita occidentale. Le mie sorelle girano in minigonna - continua Suleman, che si sente italiano e spera nella cittadinanza, ma finora gli è stata rifiutata per i trascorsi del genitore, dice -. Prima di perdonarlo pero’ vorrei davvero parlarci a fondo».