Bergamo, 14 ottobre 2018 - «Non me l'aspettavo. Non mi hanno dato la possibilità di difendermi». È scoppiato in un lungo pianto appena appresa la notizia dalle no stop televisive: la Cassazione aveva reso definitiva la sua condanna all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. Gli agenti della polizia penitenziaria sono stati i primi che hanno cercato di portare un sostegno a Massimo Bossetti. Intanto, nel carcere di Bergamo esplodeva la protesta. Verso le 22.30 si sono accese le luci nelle celle nell’ala che dà su via Gleno. Urla di «Vergogna», «Giustizia a Bossetti», «Libertà». Fischi. Dalla finestra di una cella è stato esposto quello che sembrava un foglio al quale era stato dato fuoco. La protesta, ripresa in diretta da Quarto Grado, è proseguita per oltre mezz’ora.

È stata un lunga nottata. Attorno a mezzanotte una telefonata da Roma ha raggiunto don Fausto Resmini, cappellano del carcere. A chiamare era l’avvocato Claudio Salvagni, uno dei difensori di Bossetti. In mattinata, dopo una notte insonne, il muratore di Mapello ha parlato con uno degli educatori. Poi si è incontrato con don Fausto. Un lungo colloquio, camminando, nello spazio riservato ‘all’aria’. Un Bossetti annichilito, che ripeteva al cappellano «non mi hanno dato la possibilità che chiedevo», come un mantra, riferendosi alla richiesta di una nuova perizia sul dna rimasto impresso sopra gli indumenti della piccola vittima. La preoccupazione per la famiglia, che lo aiuta a guardare avanti. La speranza ora è che, essendo un ‘definitivo’, venga spostato: andando magari nel carcere giudiziario di Bollate, dove riuscirebbe a svolgere un’attività, un lavoro. «Per non impazzire», ha spiegato. Più tardi ha ricevuto la visita della moglie Marita, e del fratello minore, Fabio. Ha trascorso in cella il resto della giornata.

L’avvocato Salvagni, difensore di Bossetti con Paolo Camporini, non nasconde la sua amarezza. La difesa di Bossetti aveva affidato la sua controffensiva a un ricorso imponente (595 pagine), articolato in 21 motivi. Si erano aggiunti altri due motivi, contenuti in una memoria di una sessantina di pagine. Il ricorso della difesa è stato respinto come inammissibile dai giudici della prima sezione penale della Suprema Corte. Respinto anche il ricorso della procura generale di Brescia contro l’assoluzione di Bossetti (già pronunciata in primo grado dall’Assise di Bergamo) per l’accusa di calunnia nei confronti del collega di lavoro Massimo Maggioni. «Ancora una volta – dice Salvagni – ha perso il diritto. Abbiamo osato andare contro il sistema e il sistema ha vinto».

L'amarezza del legale si appunta soprattutto sulla mancata concessione di una nuova perizia per il Dna: «Non si è voluto sciogliere questo dubbio». «Quella del sostituto procuratore generale – aggiunge polemicamente – è stata la terza requisitoria di merito che abbiamo ascoltato, dopo il primo grado e l’appello. La sentenza ci ributta indietro di quarant’anni. Non è stata fatta una perizia. La procura ha fatto le sue consulenze, la difesa le sue. I giudici no, neppure una. Mi sento di fare una previsione. Ogni anno si spendono milioni per risarcire le ingiuste detenzioni. Chissà che fra qualche anno non lo si debba fare anche per Massimo Bossetti». Il difensore incontrerà Bossetti nella giornata di domani.