L’abitazione dove Viviana Caglioni sarebbe stata picchiata nel marzo 2020
L’abitazione dove Viviana Caglioni sarebbe stata picchiata nel marzo 2020

Bergamo - Oltre tre ore di requisitoria per ripercorrere le tappe di un rapporto "malato". E arrivare alla richiesta, la condanna. "Non c’è alternativa possibile all’ergastolo, è una pena giusta per la vicenda e per la personalità dell’imputato che non ha mai fornito una versione dei fatti, ma tante e mai compatibili, e contraddittorie tra di esse". Così il pm Paolo Mandurino ha formulato la sua richiesta di condanna nei confronti di Cristian Michele Locatelli, 42 anni di Terno d’Isola, in carcere (ora si trova a Como) con l’accusa di aver ucciso la fidanzata Viviana Caglioni, di 34 anni. Viviana è morta al Papa Giovanni XXIII il 6 aprile 2020, per gli inquirenti in seguito alle botte subite da Locatelli nella casa di via Maironi da Ponte, nel quartiere di Valverde, Bergamo, dove viveva con la mamma e con lo zio. L’episodio risale alla tarda serata tra il 30 e il 31 marzo, in pieno lockdown per la pandemia.

La 34enne era finita all’ospedale in coma profondo. Locatelli ha sempre sostenuto che la convivente, in stato di ubriachezza (1,94 il tasso alcolemico), era caduta da sola battendo il capo contro lo spigolo di un mobile nell’appartamento dello zio della vittima, al piano di sotto. Una delle tante versioni fornite, come ha ribadito il pm durante la sua esposizione, interrotta più volte dall’imputato ("ma questo è falso, ma non è vero, non è andata cosi"), tant’è che ad un certo punto il presidente della Corte d’Assise, Giovanni Petillo, lo ha fatto allontanare dall’aula. Il movente? Una gelosia "ossessiva e folle", per tutti gli ex di Viviana, non confortata dalle circostanze, ha sottolineato l’accusa. Nelle sue conclusioni il pubblico ministero ha rimarcato più volte come "basterebbe una sola tra le tre aggravanti contestate all’imputato per arrivare all’ergastolo". Locatelli, infatti, deve rispondere di omicidio volontario aggravato dai motivi futili e abietti, dai maltrattamenti subiti dalla vittima (non solo, per l’accusa) e dalla "recidiva reiterata dopo l’espiazione di una condanna". La testimonianza, raccolta dalla Squadra mobile, dello zio di Viviana, Gianpietro Roncoli, è per il pm attendibile. Lo zio della vittima, presente al fatto, tutte le volte che è stato sentito ha sempre accusato Locatelli di aver picchiato per più di mezz’ora la nipote e dice di averla vista accasciarsi dopo un colpo sferratole nel corridoio della sua abitazione. Prossima udienza il 13 ottobre: spazio alla difesa.