Bergamo, ammazzò la fidanzata: tenta di sgozzare la nuova compagna

Nel 2008 il delitto di Alessandra Mainolfi, pugnalata al petto e all’addome. L’assassino arrestato ancora per il tentato omicidio di una 44enne torinese che voleva lasciarlo

MICHELE ANDREUCCI
Cronaca
L'arma con cui fu uccisa Alessandra Mainolfi

L'arma con cui fu uccisa Alessandra Mainolfi

Bergamo, 20 ottobre 2019 - Quando ha scoperto che l’attuale compagno, nel 2008, aveva ucciso a Bergamo la sua fidanzata 21enne, ha deciso di lasciarlo. L’uomo, però, Mohamed Safi, tunisino di 36 anni - che scontava nel carcere di Torino la condanna a 12 anni rimediata il 17 marzo 2009 per l’omicidio avvenuto nella Bergamasca, con il permesso di lasciare l’istituto di pena per lavorare fino alle 2 di notte in un bistrot - nella notte tra venerdì e sabato ha cercato di sgozzarla e l’ha sfregiata gravemente al viso con una bottiglia di vetro rotta. Alla fine è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio.

L’aggressione è avvenuta intorno all’una in strada. I due si erano visti nel quartiere di Torino Barriera di Milano ed erano saliti su un tram della linea 4 per andare a casa della donna, in corso Giulio Cesare. Una volta scesi dal tram, hanno iniziato a litigare; l’uomo l’ha gettata a terra e si è avventato sulla 44enne con una bottiglia di vetro stretta nella mano, cercando di sgozzarla daventi agli sguardi atterriti di alcuni passanti, che hanno chiesto aiuto. Prima dell’arrivo della polizia, Safi è riuscito a sfregiare al volto la donna, quindi è fuggito a piedi ma è stato arrestato in via Leini dagli agenti della questura che avevano circondato la zona. La vittima è stata ricoverata all’ospedale Maria Vittoria in gravi condizioni: dovrà essere sottoposta a un intervento di ricostruzione maxillofacciale.

La relazione tra i due era iniziata circa 6 mesi fa, ma quando la compagna aveva scoperto su internet i precedenti del tunisino, aveva deciso di troncare la relazione. Il 9 giugno 2008, infatti, Safi aveva ucciso, nel monolocale di via Moroni a Bergamo, dove viveva con la moglie e i due figli (in quel momento in Tunisia), la sua fidanzata, Alessandra Mainolfi: dopo aver sniffato parecchia cocaina, l’aveva pugnalata al petto e all’addome e poi aveva chiamato le forze dell’ordine dicendo: ”Ho ucciso il mio amore”. Il 17 marzo del 2009, al termine del processo celebrato con il rito abbreviato, il gup del tribunale di Bergamo, Bianca Maria Bianchi, lo aveva condannato a 12 anni di reclusione per omicidio volontario (il pm Ilaria Perinu aveva chiesto 15 anni di carcere). Per l’accusa , l’extracomunitario aveva premeditato l’omicidio, per la difesa, rappresentata dall’avvocato Michele Coccia, l’uomo aveva ucciso senza volerlo. «Non so cosa mi è preso – aveva detto agli inquirenti –. Ho perso la testa, non volevo ucciderla. Abbiamo iniziato a discutere, poi non ricordo più cos’è successo. So solo che mi sono trovato improvvisamente con un coltello insanguinato in mano, a terra c’era Alessandra ferita». Quando i soccorsi erano arrivati, la giovane, che viveva a Pradalunga con la madre e due sorelle, era riversa su una poltrona, priva di sensi. Il medico aveva tentato di rianimarla per oltre mezz’ora, invano: la ragazza era morta a causa di due coltellate all’addome.