Massimo Bossetti
Massimo Bossetti

Bergamo, 29 ottobre 2017 - «Non so più come fare a difendermi. Come posso difendermi se non mi danno la perizia?». Più che un leitmotiv, un disco rotto. La stessa frase, le stesse parole ripetute con l’ossessività di un mantra. Anche ieri, il giorno del compleanno numero 47, il quarto che Massimo Bossetti trascorre nel carcere di via Gleno, a Bergamo. La visita della moglie Marita e dei tre figli, unico sprazzo nell’uniforme grigiore della vita da ergastolano a cui l’hanno consegnato le 380 pagine della sentenza della Corte d’Assise d’appello di Brescia. Nel pomeriggio, come ogni sabato, la messa vespertina celebrata da don Fausto Resmini, cappellano dell’istituto. Ore a scrivere. Scrive, scrive, scrive. Ogni giorno l’uomo condannato per l’omicidio di Yara Gambirasio risponde ad almeno una ventina di lettere che gli vengono recapitate anche dall’estero. La biblioteca della sezione “protetti” che lo ospita con altri tredici detenuti, la metà non italiani, dispone soprattutto di testi scolastici e riviste. Il muratore di Mapello cerca libri sugli errori giudiziari, thriller, anche testi di psicologia.

Una sentenza dura, senza remissioni, quella redatta dal presidente Enrico Fischetti. Il Dna sugli indumenti Yara “firma” dell’assassino. Il suo codice genetico rimasto impresso è il chiodo che crocifigge Bossetti. Recuperato come elemento di colpevolezza il furgone Iveco Daily filmato dalle telecamere della zona le sera del 26 novembre 2010, «non correttamente valorizzato» dai giudici di primo grado a Bergamo, mentre per quelli bresciani l’identificazione con il mezzo di Bossetti è «ragionevolmente certa». Reso esplicito il movente delle avances respinte dalla ragazzina, con la violenta reazione dell’adulto aggressore. Inutile la nuova perizia genetica, chiesta dalla difesa e invocata dall’imputato, dal momento che la certezza scientifica è stata acquisita, e impossibile perché il materiale biologico è finito durante le indagini. È un punto cruciale. Lo sarà anche nel ricorso in Cassazione che i difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini presenteranno attorno alla fine di novembre.

S’inalbera Laura Letizia, gemella di Massimo: «Ho seguito tutte le udienze a Bergamo. Ricordo molto bene quando il dottor Casari ha detto che a San Raffaele di Milano c’erano altre provette. Come la mettiamo? Sono tre anni e mezzo che chiediamo la perizia. Perché non la concedono? Finirebbe tutto. Se Massimo fosse colpevole, rimarrebbe mio fratello ma non sarei qui a battermi come mi batto perché lo so innocente. Non avrei giurato sulla tomba di mio padre di riportarlo a casa. Vogliamo giustizia per Massimo Bossetti e per la piccola Yara».

Una esile speranza legata alla Suprema Corte, se il legali riusciranno a incuneare un dubbio sull’ortodossia processuale, su un “vulnus” alla difesa. Mentre la tragedia della tredicenne di Brembate di Sopra continua a essere lambita dall’onda lunga delle polemiche. In un lungo post su Facebook il difensore Salvagni attacca le severe considerazioni della sentenza di Brescia sulla gestione “manageriale” di Bossetti delle apparizioni televisive della moglie: «Niente di più falso! La famiglia e il suo sostentamento sono stati i pensieri più importanti per Massimo, anche in carcere, ed anche in considerazione che Marita - senza lavoro - non trovava alcuna attività retribuita proprio perché moglie del ‘mostro’ ».