Felice Gimondi
Felice Gimondi

Bergamo, 17 agosto 2019 - «Felice era uno forte. Un carattere duro, da vero bergamasco. E lo ha fatto vedere non soltanto nella vita, ma anche in bicicletta». Ildo Serantoni non è stato soltanto il biografo di Felice Gimondi: «Siamo cresciuti insieme, e col tempo si è instaurata un’amicizia al di là del lavoro e dello sport». Lo considerava un suo idolo, tanto che «quando mia moglie era incinta, feci una promessa a me stesso: “se nasce un maschio, giuro lo chiamo Felice”. Fortuna, è nata Viviana». Gimondi lascia il ricordo di un grande campione, ma anche di un «uomo tenace, combattivo. Poche smacerie, eppure sapeva essere molto dolce verso le due figlie, il nipotino, e la moglie Tiziana con cui nell’autunno scorso ha festeggiato le nozze d’oro», racconta Serantoni.

La notizia della sua morte ha lasciato tutti senza parole. È arrivata come una doccia fredda anche a Livigno, in Valtellina, dove è in ritiro collegiale la Nazionale italiana di Mountain Bike. Nel gruppo degli azzurri c’è Chiara Teocchi, 22 anni di Ponteranica, cresciuta alla corte della Bianchi la squadra di cui era presidente Felice. Gimondi diceva di Chiara che era la sua pupilla, una ragazza di talento per la quale ha sempre avuto grande simpatia. «Ancora non ci credo, Felice non è più tra di noi – il dolore di Chiara –. Era come un padre, gli volevo molto bene e la cosa era reciproca. Ha sempre creduto in me, fin da quando piccolina mi prese nella sua squadra, avevo soltanto 12 anni. Un uomo gentile dal quale ho imparato tantissimo». Fin dalla prima corsa. Chiara aveva 8 anni. «Per una casualità fu lui ad organizzarla a Valbremo, vicino a Paladina, dove abitava. Ho un bellissimo ricordo perché fu la prima volta che vidi il campione». E ora lascia un vuoto enorme. «Mancherà tutto di lui, ma soprattutto la sua determinazione, la sua grinta nel spronare gli atleti a dare sempre il massimo – continua Chiara –. Sapeva motivarti con le sue parole dolci e pacate, sapeva darti quella spinta necesaria per arrivare fino in fondo. Il suo motto, “testa bassa e menare” non lo scorderò mai».

Già, perché Felice era questo. Uno che «non ha mai fatto la parte patetica dell’eterno secondo anche se sapeva che Eddy Merckx era più forte di lui – svela Serantoni –. Lo capì nella tappa a cronometro del Giro di Catalogna nel 1968. Merckx lo batté e lui capì di dover cambiare il suo modo di correre. Meno aggressivo e più calcolatore. Così fece». E fu capace di diventare «un’icona del ciclismo mondiale che ha scritto pagine di storia e infiammato i cuori di tantissimi appassionati», le parole di Chiara Teocchi. Per questo «appena abbiamo letto la notizia della sua morte è stato un colpo al cuore, subito si sono fatte avanti le lacrime e tanta è stata la commozione anche dei miei compagni di nazionale, del personale e degli albergatori qui a Livigno». Anche se col ciclismo aveva chiuso, Gimondi non è mai stato dimenticato. «Ormai aveva avviato una proficua attività di assicurazione – racconta Serantoni –, dopo una vita da girovago, negli ultimi anni era più ritirato, stava di più con la sua famiglia. E alle serate pubbliche ci andava solo se era costretto». Lui che è sempre stato un cuore generoso verso chi lo acclamava. E «ricordo bene quando mi confessò di aver pianto per i suoi tifosi: Scendendo in macchina dalle Tre Cime di Lavaredo dopo una tappa del Giro d’Italia del 1968 in cui lui finì indietro, vide i suoi tifosi bergamaschi scendere mogi, con le bandiere ammainate. Mi disse “ pensa quanta gente ho deluso”. Per lui era un dovere vincere per chi aveva contribuito alla sua gloria».