Milano, 18 gennaio 2016 - Nel centro di accoglienza di via Aldini convivono migranti di nove etnie provenienti da più continenti. Ognuno ha le sue tradizioni, ognuno ha le sue preferenze gastronomiche. Da sempre sensibili anche su questi temi, i volontari di Fondazione Progetto Arca cercano di assecondare i desideri degli ospiti, ben consapevoli però che non è possibile offrire una decina di menu al giorno. I brontolii sono frequenti, ma sabato sera un gruppo di nigeriani ha decisamente esagerato: la protesta è esplosa attorno alle 20, qualcuno ha pure rovesciato una panchina della struttura in zona Vialba. Il motivo: «Vogliamo il riso, non la pasta». Gli addetti in turno hanno subito allertato le forze dell’ordine per placare gli animi: «Abbiamo chiamato la polizia – spiega Alberto Sinigallia, presidente della onlus che gestisce pure l’hub nel sottopasso della Centrale – soprattutto per dare un segnale chiaro: le richieste sono legittime, ma tutti devono rispettare le regole».

In realtà, raccontano dal centro, il nervosismo dei profughi è da ricondurre a due ragioni strettamente legati tra loro. La prima: i tempi lunghi della burocrazia italiana per la valutazione delle richieste di asilo. La seconda: l’80% di quelle richieste viene bocciato dalle commissioni competenti.

Così, la spiegazione, alcuni ospiti del centro utilizzano a volte il pretesto del cibo per sfogare la loro frustrazione. Riccardo De Corato la fa semplice: «È necessario espellere dalla struttura almeno i capi della rivolta – attacca il vicepresidente del Consiglio comunale in quota Fratelli d’Italia –. E bisognerebbe allontanare anche dal nostro Paese coloro che si oppongono alle regole del vivere civile e non rispettano nemmeno le forme di accoglienza messe in atto nei loro confronti». Usa l’ironia il lumbard Davide Boni: «La cortese e moderata protesta degli immigrati di via Aldini – afferma il segretario provinciale del Carroccio – merita tutta la considerazione e l’impegno da parte di noi cittadini milanesi: per questo faccio appello al noto chef Cracco perché impegni tutta la sua classe ed esperienza, e magari anche il suo noto ristorante, per soddisfare i palati dei nostri “ospiti”».

di NICOLA PALMA