Milano, 9 luglio 2017 - Un gruppo di insegnanti mi segnala via mail un caso paradossale: temono di veder svanire la continuità didattica e l’opportunità di proseguire un percorso educativo già avviato per i soliti ritardi della macchina burocratica italiana. La loro vicenda riassume la complessa e ingarbugliata storia del sistema scolastico italiano, il cui denominatore comune è l’incertezza costante. Assunte dalle graduatorie a esaurimento, superato l’anno di prova, vincitrici del concorso 2016, chiederebbero semplicemente di poter continuare a lavorare nella loro scuola, senza rinunciare al diritto di una nuova assunzione dalla graduatoria di merito del concorso. Le tante sollecitazioni, via mail e telefoniche, al Miur per chiarimenti non hanno trovato risposta, secondo una prassi ormai nota per chi si confronta con la cosiddetta “amministrazione trasparente”. Certo, si dirà, il loro è un caso particolare. E invece non è così. Cambiano infatti le vicende, ma restano costanti gli ostacoli e le storture di un sistema che procede per eccezioni, o discutibili interpretazioni delle regole scritte.

Le variazioni e le integrazioni  vanificano la certezza della norma, spesso sospesa o resa non attuabile da molteplici fattori. I contratti integrativi di mobilità annuali, in apparenza a vantaggio del personale scolastico, di fatto non sono mai in linea con la realtà concreta e le specificità regionali; le procedure di trasferimento e di assegnazione procedono a rilento, fino a riproporre l’annuale situazione di un settembre all’insegna delle cattedre vuote. I concorsi, che dovrebbero avere un tempo preciso di realizzazione, hanno subito e subiscono continue proroghe, segnalate da laconici avvisi nei siti degli uffici scolastici regionali e, anche in questo caso, con scarse informazioni e precisazioni. Le forme e i criteri di assunzione mai resi omogenei, con vecchi e nuovi sistemi che s’intrecciano, non riescono a sanare le ormai note graduatorie a esaurimento dei precari.

Graduatorie che, nel concreto, non si esauriscono mai, subiscono strane metamorfosi di sigle dietro alle quali c’è, purtroppo, un personale precario in attesa di chiamata. Il tutto rinforzato e spesso causato da sentenze di vari organi della giustizia: giudici del lavoro, tribunali amministrativi regionali che producono una giurisprudenza frequentemente discorde, con sentenze e motivazioni a volte opposte, in alcuni casi addirittura bizzarre. Il ricorso ai tribunali è ormai una prassi, alimentata anche da interessi particolari di presunte organizzazioni a tutela dei precari. In rete sono disponibili modelli per ogni tipologia di lavoratore della scuola a cui viene data occasione di ricorrere contro una graduatoria, un punteggio, un titolo non riconosciuto. Certo questa è la scuola meno nota ai più, soprattutto alle famiglie e agli studenti perché è invisibile fino al momento dell’inizio dell’anno scolastico. I mali diventano palesi in autunno: le scuole senza personale, i servizi che non partono, le proteste generali. Ma è già tardi. Troppo, forse, per un Paese che dovrebbe almeno salvaguardare la formazione delle nuove generazioni, tutelando ciò che di buono c’è nelle nostre scuole e nel lavoro quotidiano di tanti.

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