Cunettone di Salò (Brescia), 2 agosto 2017 - Da un rubinetto di casa, dice, esce acqua minerale Tavina perché si è costruito un allaccio con la sorgente, tra le colline moreniche di Salò. Armando Fontana, 71enne amministratore delegato della Tavina spa, gesticola emozionato mentre presenta la sua nuova fabbrica di imbottigliamento delle quattro minerali – Tavina, Linda, Allegra, Novella – che sgorgano dal sottosuolo del Garda.

Uno stabilimento avveniristico all’insegna del 4.0 e dell’automazione più spinta, che dopo 10 anni di battaglie con la burocrazia, «la piovra», come la chiama lui, è pronto per sostituire la vecchia sede di Salò. Una sede che una volta dismessa – si pensa in autunno - sarà riconvertita in alberghi, residenze per anziani e case vacanze. Quella di Fontana è una storia bellissima, di cuore, mente e caparbietà. Nato con il gene dell’imprenditoria, nel curriculum esperienze in banca e a capo di un’azienda di calcestruzzi, il vulcanico mister Tavina è diventato tale quando ha preso in carico l’attività della famiglia della moglie. La storica fabbrica di acqua, fondata nel 1967 dal cavalier Amos Tonoli e che prende il nome dal mito della ninfa Tavina, da due mesi ha trasferito l’imbottigliamento in plastica al nuovo indirizzo in località Cunettone, lontano dal centro abitato. Un edificio di 10mila metri quadri su due piani, amico dell’ambiente e del risparmio energico, tutto di vetro, coibentato, copertura fotovoltaica, luci led, in un’area verde di 28mila metri e rotti. Fontana, che ci ha investito 28 milioni, lo ha sognato a lungo. Nel 2006 aveva già comprato la terra e un macchinario, ma il progetto è rimasto al palo, impantanato nelle pastoie della politica. «Ci sono voluti dieci anni per le autorizzazioni, solo sei mesi per gli allacci del gas, mentre noi in 280 giorni abbiamo costruito ex novo l’azienda – lamenta l’imprenditore -. Nella vecchia sede non c’era spazio, avevamo attorno le abitazioni e i cittadini erano infastiditi dai rumori, senza contare che cento camion al giorno bloccavano il traffico».

Realizzata da una cordata di ditte locali e disegnata dallo studio di architettura Barba-Salvadori di Villanuova, la fabbrica è sostenibile anche sotto il profilo del ciclo idrico. L’acqua di lavorazione infatti, depurata, torna al lago. Due chilometri di condutture portano 150mila litri all’ora di minerali di sorgente in quattro serbatoi d’acciaio e da qui un macchinario interamente controllabile tramite un software, e consultabile su smartphone e tablet, le pompa nel sistema di imbottigliamento. Due le linee per la plastica pet, capace di riempire 31mila bottiglie di vari formati in un’ora, e una per il vetro, 45mila pezzi orari (il vetro sarà l’ultimo a traslocare). Ma il fiore all’occhiello è il magazzino automatizzato, dove in duemila metri quadri c’è merce stoccata di norma in spazi cinque volte più grandi. Tre transelevatori depositano il prodotto finito su 11mila pallet e poi lo portano ai camion tenendo in memoria per le consegne la data di produzione. Tavina nel 2016 ha fatturato quasi 27 milioni, venduto 200 milioni di bottiglie (di cui 35 in vetro) e incassato utili per 1,3 milioni. Nel 2017 le vendite sono aumentate del 14% e in pochi anni si punta al raddoppio. «Esportiamo il 50% del fatturato in cinque continenti – spiega mister Tavina junior, il direttore Stefano Fontana -. La Cina traina, l’Arabia è molto interessata. C’è spazio per crescere». Tavina si beve anche in Australia, dove costa 6 euro al litro. «Fontana non solo ha mantenuto l’occupazione, l’aumenterà – plaude il presidente degli industriali di Brescia Giuseppe Pasini -. Imprenditori come lui dimostrano che in Italia l’impresa non ha bisogno di aiuto, basta non ostacolarla».