GABRIELE MORONI
Politica

Bossi e la prima Lega visti da vicino, Daniele Marantelli (ex Pci). " Al mio partito dissi: occhio o dilagano. Quella forza è esaurita"

Daniele Marantelli era consigliere Pci quando il Carroccio debuttò a Varese "Leoni tenne un discorso in dialetto, fui tra i pochi a intuire la novità" Si prese del “leghista rosso”: sono federalista, c’è un’eredità da raccogliere

Daniele Marantelli a Varese insieme a Umberto Bossi

Daniele Marantelli a Varese insieme a Umberto Bossi

Varese, 14 aprile 2024 –  Varesino doc. Settantuno anni di cui molti dedicati alla politica nelle file della sinistra. Daniele Marantelli è stato per tre volte consigliere del Pci al Comune di Varese, consigliere regionale con il Pds e poi con i Ds, deputato nel 2006, riconfermato con il Pd nel 2008 e nel 2013.

Marantelli, trionfo e caduta della Lega.

"Quando, nel 1985, Giuseppe Leoni venne eletto per la prima volta al Comune di Varese e fece un discorso in dialetto, fu accolto con sufficienza. Non da me e da pochissimi altri. Forse per la mia origine popolare, forse perché avevo visto la presenza di tante persone e come avevano accolto l’intervento, intuii che c’era un fenomeno pronto a esplodere. Lo dissi anche, inascoltato, ai dirigenti del mio partito: ‘Se non prendiamo contromisure, questi dilagano’".

Oltre a questo, cosa vedeva in quel movimento neonato?

"La Lega intercettava il senso di insofferenza che molti manifestavano nei confronti di una pubblica amministrazione burocratica quando non ingiusta, di una politica che strangolava artigiani e piccole imprese e li lasciava soli di fronte alla concorrenza internazionale. Con parole rozze ma potenti la Lega interpretò quel disagio".

Iniziò un’ascesa che parve irresistibile.

"Alle elezioni politiche del 1987 Bossi entrò al Senato. Alle Regionali del ‘90 la Lega era il secondo partito in Lombardia dopo la Dc. Nel ‘92, con Tangentopoli, seppe sfruttare il momento in maniera tanto spregiudicata quanto efficace. Riflettiamo su un fatto. In questi anni il centrosinistra ha vinto in Piemonte, in Valle d’Aosta, in Liguria, nel Friuli, nel Trentino. In Lombardia no. Una questione lombarda c’è anche oggi. Parliamo di una regione dove non è mai venuta meno la cultura del far bene, del risparmio, della solidarietà".

Varese, 1993. Prima giunta a guida leghista con l’appoggio esterno del Pds.

"Con un precedente. Nel 1991 ci fu un accordo fra me, Maroni e un gruppo di democristiani dissidenti per eleggere uno del Pds alla presidenza dell’Ospedale di Circolo di Varese. Nel 1993, quando saltò la trattativa fra la Lega e la Rete di Leoluca Orlando, Bossi disse a Bobo Maroni: ‘Sentì il tuo amico Marantelli’. Nacque la giunta Fassa e certo non si poteva dire che fosse una giunta di conservatori".

L’ha disturbata di sentirsi definire «leghista rosso»?

"Le etichette si affibbiano quando si è a corto di idee. Semplicemente è una definizione inesatta. Sono un federalista convinto, questo sì. Carlo Cattaneo era comunista? Altiero Spinelli era comunista?".

La discesa della Lega.

"Credo che la malattia di Bossi abbia pesato come un macigno. I tre Roberto - Calderoli, Castelli, Maroni - fecero i miracoli per evitare che il partito finisse ‘mangiato’ da Forza Italia e da Berlusconi. Poi venne la vicenda opaca dei finanziamenti. Segreteria Maroni. Segreteria Salvini. Nel 2019 Salvini, ebbro di entusiasmo dopo il successo alle Europee, ha chiesto una sorta di pieni poteri. Credo che il declino sia iniziato allora. L’Italia è un Paese strano: ti dà il potere, ma è pronta a togliertelo".

Nel 2016 la Lega perse il Comune di Varese.

"Nel 2015 mi ero candidato alle primarie per il candidato sindaco. Avevo già maturato delle scelte precise di carattere personale e familiare e in quella sfida non profusi il massimo delle energie. Venne designato Davide Galimberti. A Varese, dal punto di vista amministrativo, la Lega non aveva fatto disastri, però la gestione si era appiattita. La gente chiedeva dinamismo, novità. Galimberti rappresentò bene queste esigenze e divenne sindaco".

La Lega, oggi.

"È in preda a evidenti contraddizioni. Si affanna a definirsi legata al territorio, ma non è più nemmeno lontana parente di quella delle origini. È un partito statalista, di potere, privo di un progetto. Sono convinto che oggi, con la gente intimorita dall’inflazione e dalle guerre in corso, ci sia ancora una strada per un forza popolare e federalista. Non credo possa essere la Lega. Ha esaurito la sua forza propulsiva".