Giuseppe Remuzzi (Foto sito internet Istituto Mario Negri)
Giuseppe Remuzzi (Foto sito internet Istituto Mario Negri)

Milano, 29 settembre 2020 - Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, è intervenuto oggi al convegno 'Covid-19, il virus ignorante', organizzato dalla Fondazione The Bridge in collaborazione con Regione Lombardia. Remuzzi ha parlato del tema del vaccino anti-Covid, comprensibilmente molto atteso dalla popolazione. "Probabilmente avremo un vaccino" contro il coronavirus Sars-Cov-2 "l'anno prossimo, ma non è detto che potremo tornare a una vita normale. Tutti aspettano il vaccino. Io invece penso che non dovremmo avere tutte queste aspettative. Innanzitutto non è detto che sarà disponibile subito e poi non sarà mai al 100% efficace e non sarà per il 100% delle persone. Siamo 7 miliardi". Remuzzi ha quindi aggiunto: "Io penso forse che l'andamento della malattia si risolverà e non è detto che non si risolva prima del vaccino".  Per Remuzzi la seconda ondata di Coronavirus "è difficile che sia come quella che c'è stata. E se anche ci fosse non la chiamerei seconda ondata, e comunque non assomiglierà a quella precedente. In tutto il mondo le cose di febbraio, marzo e aprile sono passate". "Più che di seconda ondata parlerei di possibilità che ci sia qua e là una ripresa della malattia che dobbiamo essere capaci di fermare - ha aggiunto -. Parlarei piuttosto di un virus che si muove in senso peggiorativo o migliorativo a seconda di circostanze locali che possono essere anche drammatiche", ad esempio se dovesse entrare nelle Rsa. 

Per quanto concerne nello specifico la Lombardia, la regione italiana più duramente colpita dall'inizio della pandemia, Remuzzi ha sottolineato che la circolazione del virus è stata più elevata quindi "adesso è più protetta". Secondo Remuzzi in Lombardia "si è creata una certa immunità che non è l'immunità di gregge, ma è fatta di tanti componenti. C'è l'immunità da anticorpi che a Milano e in Lombardia è intorno al 15-20% e a Bergamo fra il 30-50%. E poi c'è l'immunità delle cellule T, che sono dei linfociti capaci di riconoscere il virus. Questa immunità è più difficilie da misurare, ma rappresenta il doppio dell'immunità da anticorpi. Quindi se il 20% in Lombardia ha gli anticorpi e il doppio verosimilmente ha le cellule T, possiamo dire che in Lombardia arriviamo al 60% di immunità. A quel punto il virus fa fatica a trovare persone da infettare. Ma questo non vuol dire, sia molto chiaro, togliamoci la mascherina o facciamo assembramenti". Remuzzi ha poi citato uno studio fatto sui circa 500 dipendenti della Brembo da cui è emerso che il 38% aveva sviluppato anticorpi.  Parlando invece degli altri paesi europei dove il virus sta dilagando, secondo Remuzzi, che ha citato uno studio appena pubblicato sulla rivista Lancet, l'errore è stato "credere troppo presto che tutto fosse finito".