La mia vita sull’altalena. I 60 anni di Mario Venuti: "Il paradiso può attendere. Prima curiamo il mondo"

Doppio concerto al Blue note per le prime quattro decadi di carriera "Ci ho provato a vivere per sempre al Nord, ma sono metereopatico e non ho resistito al ritorno nella mia Catania...ma amo Milano".

La mia vita sull’altalena. I 60 anni di Mario Venuti: "Il paradiso può attendere. Prima curiamo il mondo"
La mia vita sull’altalena. I 60 anni di Mario Venuti: "Il paradiso può attendere. Prima curiamo il mondo"

"Milano dove la tocchi, suona". Parola di Mario Venuti, memore dei tempi in cui risiedeva in Porta Romana e viveva la città dall’interno. "Tra il 2008 e il 2009 ho provato a diventare milanese, ma alla fine non ci sono riuscito – ammette –. Certi passi importanti del proprio cammino vanno fatti da giovani, se no poi è dura riuscire a mettere radici. A me non è capitato, un po’perché ero in là con gli anni e un po’ perché il ‘richiamo della giungla’, alla fine, ha avuto la meglio, riportandomi a vivere nella mia casa nel centro storico di Catania, a due passi dal Castello Ursino".

Intanto, però, il 19 gennaio torna in concerto al Blue Note.

"Il mio rapporto con Milano rimane ottimo, la città è sempre bella, il pubblico attento, caloroso, tant’è che al Blue Note, esaurito il primo set, rimangono biglietti solo per il secondo. Senza fare torto ad alcuno, la qualità dell’ascolto che c’è qui non la trovi altrove".

Lei ha un nuovo album in arrivo?

"Sì, ma lo pubblicherò ad aprile. Questo concerto nel locale di via Borsieri, infatti, non è funzionale a promuovere qualcosa, ma solo la scusa, il pretesto, per festeggiare i miei 60 d’età e 40 di musica; insomma, il 100% di Mario Venuti come suggerisce pure il titolo della serata. Al Blue Note mi esibisco con un quartetto jazz-bossa, formato da Vincenzo Virgillito al contrabbasso, Pierpaolo Latina al pianoforte, Giuseppe Tringali alla batteria e io che suono la chitarra classica. In repertorio canzoni mie e un (bel) po’ del Brasile che piace a me. Una dimensione da music hall per raccontarmi al pubblico in maniera confidenziale".

Anticipazioni?

"Eseguirò i due singoli pubblicati finora, ‘Napoli-Bahia’ e ‘Paradiso’. Ce ne sarebbe pure un altro, uscito a fine estate e intitolato ‘Segui i tuoi demoni’, ma si tratta di un pezzo chitarristico e lo terrò per il tour del nuovo disco. Se Peter Gabriel, prima di pubblicare il suo ultimo album, ha fatto uscire dodici singoli, io preferisco limitarmi a quattro. Come accaduto col precedente ‘Tropitalia’. Di questi tempi l’attenzione è merce rara, quindi meglio centellinare le uscite e far gustare a poco a poco le canzoni".

L’ultimo è, appunto, “Il paradiso”.

"Un pezzo di arricchito di soft jazz brasiliano. Vengo dai Denovo e quindi dal rock, dalla new wave anglosassone, ma la musica brasiliana mi soddisfa sia dal punto di vista della ricercatezza armonica, che ritmica e poetica. Una musica terragna, con l’Africa dentro, ma al tempo stesso sofisticata e, nel caso della bossa, vicina al jazz. Fin da ragazzino, d’altronde, ho sempre preferito gli accordi strani al giro di do".

Canzone laica, secondo cui il paradiso non esiste.

"Già, non esiste. Oppure chissà. Comunque, come nel film con Warren Beatty, può attendere. Invece di pensare all’aldilà, trovo più urgente vivere il presente e aggiustare il vecchio mondo malandato che abbiamo sotto ai piedi".

Tornano a Milano, qual è stato il frutto più interessante del suo periodo creativo trascorso qua?

"Nel 2014 ho realizzato un album in collaborazione con Kaballà e Francesco Bianconi dei Baustelle, ‘Il tramonto dell’Occidente’; un progetto ‘a sei mani’, che alla fine ho preso in carico io, le cui sessioni di scrittura hanno avuto luogo nella casa di Francesco all’Isola. Lui ha un rapporto con la città molto più radicato e consolidato del mio, se la vive fino in fondo e anche la sua espressione musicale-poetica è abbastanza consequenziale a questo suo status di milanese acquisito. Stesso discorso per il mio conterraneo Kaballà".

Lei, invece?

"Io ho avuto con la città una relazione a fasi alterne, perché sono un metereopatico che patisce gl’inverni e le estati padane. Ecco perché mi trasferivo al Nord soprattutto in primavera e in autunno. Milano è una città ‘up and down’, ci sono dei momenti in cui sei entusiasta di trovarti al centro di tutto ed altri in cui ti senti trasparente, perché nessuno sembra accorgersi di te".

La socialità catanese è abbastanza diversa.

"Sì, molto più ‘last minute’. Passi dal bar della piazza e un amico ti invita a cena al ristorante o a casa sua. Senza bisogno di accordarsi o di prenotare con giorni d’anticipo. Uno stile di vita in cui tutto accade in modo meno preventivato. E prevedibile. Ma, se la stimoli, Milano è una città che sa darti tanto e parte del mio affetto è legato proprio a questa sua qualità".