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27 gen 2022

Sondrio, segni di trascinamento sul cadavere: "Mattia è stato ucciso, non archiviate"

Mingarelli scomparso dalla baita e ritrovato morto con la testa fratturata. La famiglia in campo

michele pusterla
Cronaca
Mattia Mingarelli aveva trent’anni quando morì in Valmalenco nel dicembre 2018
Mattia Mingarelli aveva trent’anni quando morì in Valmalenco nel dicembre 2018

Chiesa in Valmalenco (Sondrio) - «Sono le indagini stesse a smentire che mio fratello Mattia sia morto per una caduta nel bosco mentre era solo. Restando nel luogo del decesso per oltre due settimane. Gli stessi Gps dei soccorritori posizionano le ricerche nel punto in cui è stato ritrovato. Mi domando come sia possibile che il cadavere non sia stato visto". Elisa Mingarelli non si arrende, come amici e familiari, di fronte alla seconda richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Sondrio che sostiene si sia trattato di un tragico incidente, quello avvenuto ai Barchi, in Valmalenco, a poca distanza dalle piste da sci. Il trentenne rappresentante di commercio (per una ditta di Dubino) di Albavilla, nel Comasco, era scomparso la sera del 7 dicembre 2018 su quelle montagne, dove nella baita affittata dalla famiglia intendeva trascorrere alcuni giorni di relax. Il corpo senza vita, in ottimo stato di conservazione, venne rinvenuto la vigilia di Natale, grazie all’“avvistamento“ dall’alto di uno sciatore seduto sulla seggiovia. Aveva una profonda ferita alla testa.

Per una caduta accidentale, secondo i magistrati che coordinarono le indagini dei carabinieri del Nucleo operativo del capoluogo valtellinese. Ma troppe cose non tornano, a parere anche dei loro legali che ieri, alla vigilia della seconda udienza (fissata al 2 febbraio) davanti al nuovo gip Fabio Giorgi, che ha ereditato il caso dal collega Pietro Della Pona da poco in pensione, hanno convocato una conferenza stampa per riferire sui tanti punti che, a loro dire, non convincono affatto circa l’ipotesi dell’incidente. Il fascicolo, al momento, è aperto per omicidio contro ignoti. "Il giudice Della Pona in 50 pagine fitte aveva indicato una ventina di punti su cui era necessario approfondire, dando un termine di sei mesi per le nuove indagini - spiega l’avvocato Stefania Amato di Brescia che assiste due dei familiari - e ora ci ritroviamo di fronte alla medesima richiesta di archiviazione, alla quale ci opponiamo ancora. La versione della morte dovuta a caduta accidentale non regge, come pure che fosse avvenuta quando Mattia si trovava in uno stato d’alterazione. Falso, era lucido. Gli stessi esami autoptici lo hanno escluso".

«Non sono state condotte nuove indagini, come aveva invece chiesto il dottor Della Pona - sottolinea l’avvocato Paolo Camporini di Como che patrocina altri due familiari, lavorando nella stessa direzione con la collega bresciana -. Ci si è limitati a risentire il rifugista Del Zoppo e l’altra persona che, la sera della scomparsa, era con la vittima. E anche i consulenti. Tutti hanno ripetuto la versione già data. Ovvio. Si nominino altri periti. L’episodio va ricollocato altrove, non nel bosco. Bensì davanti al rifugio, dove c’è il tavolo, e dove ritengo sia avvenuta l’aggressione. Non si è trattato di un incidente. Ma di un omicidio, nella migliore delle ipotesi di un omicidio preterintenzionale. Il cadavere è stato rinvenuto con segni di trascinamento, Mattia aveva i pantaloni abbassati, non c’era stata alcuna interazione con le piante e gli animali del bosco: è stato conservato altrove, più avanti fatto ritrovare. Poi ci sono le macchie di sangue sulle pareti, sull’asciugamano. Le pulizie frettolose e un sospetto allagamento. Il cellulare dell’avventore Sertore bruciato. Le impronte digitali non fatte rilevare ai Ris. Sono tanti i misteri".

 

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