MONICA GUZZI
Cultura e Spettacoli

Biblioteca Capitolare, la lettera della Monaca di Monza tra i pezzi unici da ammirare

Oggi e per altre due date successive (venerdì 20 e domenica 29 settembre) è aperta al pubblico

Lettera originale del 26 agosto 1591 per l’ingresso in convento di Maria Virginia De Leyva

Lettera originale del 26 agosto 1591 per l’ingresso in convento di Maria Virginia De Leyva

Monza, 15 settembre 2019 - Ci sono gli antichi Dialoghi di San Gregorio Magno e il prezioso Codice Purpureo su pergamena, ma anche la lettera originale compilata il 26 agosto del 1591 per l’ingresso in convento di Maria Virginia De Leyva, la Monaca di Monza di manzoniana memoria. Fa invece parte dei carteggi della Fabbriceria la lettera dell’arciprete che si lamentava perché Giuseppe Verdi, dopo avere vinto il concorso per maestro di cappella, non si è mai presentato al lavoro. Se il Duomo di Monza è noto soprattutto per il suo Tesoro e per la Corona Ferrea che custodisce, forse non tutti sanno che la sua Biblioteca Capitolare è una delle più importanti d’Italia.

I codici miniati che custodisce hanno una storia antichissima, legata alla presenza di uno scriptorium annesso alla chiesa fondata dalla regina dei Longobardi Teodolinda. Oggi e per altre due date successive (venerdì 20 e domenica 29) è aperta al pubblico. Accedervi non è facilissimo, poiché gli spazi sono stati ricavati nel sottotetto, sopra la sagrestia, cui si arriva attraverso una scaletta. Qui, sistemati in moderni armadi e cassetti a prova di tarli e temperatura e umidità costante, si trovano quasi mille volumi di cui 250 codici manoscritti - 175 anteriori all’epoca della stampa - prodotti nello scriptorium annesso alla primitiva basilica ma anche provenienti da altre regioni dell’impero carolingio. Lo scriptorium via via nei secoli si è arricchito di testi rari, 25 incunaboli, cinquecentine, diplomi, pergamene e volumi a stampa.

Il suo sviluppo è legato alla produzione, fin dal IX e X secolo, di libri liturgici per il culto perché a Monza si celebrava messa con il rito patriarchino e non con quello ambrosiano. Tra gli scaffali è possibile trovare infatti messali ambrosiani corretti dai canonici. Una delle chicche è il Codice Purpureo, custodita all’interno del “Dittico dei due consoli”. Piccola e maneggevole, la legatura moderna nasconde in realtà una rara pergamena purpurea con scritte in oro e capolettera in argento ormai annerito. Fa parte dei doni di Berengario al Duomo (IX seolo), col Reliquiario del Dente di San Giovanni, la Croce del Regno e i Dittici eburnei. Ma ancora più antichi sono i Pittaci, le etichette delle ampolline esposte al Museo, donate da Gregorio Magno a Teodolinda (fine VI secolo, inizio VII).

Sulle etichette, l’elenco degli oli raccolti nelle tombe dei martiri romani. Si cominciava allora a produrre la pergamena ma Papa Gregorio aveva possedimenti in Sicilia con coltivazioni di papiro, un materiale usato dalla Corte Papale nei documenti ufficiali fino al 1600. Tra i più antichi anche i Dialogi di Gregorio Magno, la cui trascrizione a mano risale all’VIII secolo: il Papa li donò in originale a Teodolinda. Una storia di cultura, fede e scrittura, quella della Biblioteca, interrotta drammaticamente nel 1797 dall’arrivo delle truppe napoleoniche, cui vennero consegnati tutti i beni del Duomo: tesori custoditi in tre casse, di cui due di libri. Più di un centinaio di codici vennero portati alla Biblioteca nazionale di Francia, per tornare indietro solo nel 1817. Un terzo degli incunaboli però non fu restituito. Si salvò invece la Corona Ferrea, utilizzata da Napoleone per l’incoronazione. A proteggerla fu lo status di reliquia, riconosciuto nel 1717 fu riconosciuta d Papa Clemente VII: solo così i monzesi riuscirono a convincere i francesi della sua inamovibilità.

Dalla Francia i volumi tornarono tutti rilegati in marocchino rosso con marchiata la N di Napoleone e la corona d’alloro in oro. La Fondazione del Museo e Tesoro del Duomo ha curato i restauri e si è occupata di custodire al buio questo patrimonio secondo i più moderni protocolli di conservazione. «È arrivato il momento che Monza conosca i suoi tesori – dice Titti Gaiani, anima della Fondazione –. Lo facciamo per chi verrà dopo di noi: dopo la cura, è ora di aprire le porte».