I lavoratori si incatenano: "Bames, chi è colpevole?"

Sit-in degli ex addetti del gioiello della Silicon Valley lasciato fallire. Il processo continua, ma i principali imputati ne stanno uscendo.

I lavoratori si incatenano: "Bames, chi è colpevole?"

I lavoratori si incatenano: "Bames, chi è colpevole?"

"Se non sono loro, allora i colpevoli siamo noi?". Con questo motto ieri mattina un gruppo di ex dipendenti delle società Bames e Sem, ex Ibm poi Celestica, fiore all’occhiello della Silicon Valley brianzola finita per chiudere i battenti nel 2013 lasciando a casa 850 lavoratori, si sono incatenati nella piazza del Tribunale di Monza. Per assumersi provocatoriamente quella colpa che secondo la Corte di Appello di Milano i vertici delle aziende fallite non hanno. Riferendosi ai fratelli Selene e Massimo Bartolini, figli del patron Vittorio Romano Bartolini, condannati dal Tribunale di Monza con rito abbreviato a 4 anni e 8 mesi di reclusione per concorso in bancarotta fraudolenta, mentre davanti ai giudici milanesi di secondo grado hanno patteggiato per bancarotta semplice (reato estinto dalla prescrizione) e sono stati assolti per i reati fiscali. "Prescrizione uguale ingiustizia - sostengono gli ex dipendenti - Si fa passare il tempo, si patteggia e voilà, il reato non c’è più". La manifestazione è avvenuta in concomitanza con l’ennesima udienza del dibattimento che vede altri 7 imputati. Il pm Alessandro Pepè ha già chiesto pesanti condanne: 9 anni e 10 mesi per Bartolini senior, ritenuto amministratore di fatto della Bames, 8 anni per l’ex presidente di Celestica Italia Luca Bertazzini e per il manager omonimo Giuseppe Bartolini, 7 anni per i membri del collegio sindacale Riccardo Toscano, Angelo Interdonato e Salvatore Giugni e l’assoluzione dell’ex ceo di Telit, l’israeliano Cats Oozi. Come parti civili gli ex dipendenti Bames hanno chiesto un risarcimento di 5mila euro ciascuno e la curatela del fallimento della Bames quello di 40 milioni. Ieri ancora parola alle arringhe difensive per ottenere l’assoluzione. "Il fallimento di una società non comporta necessariamente una bancarotta - sostiene l’avvocato di Oozi, Fabrizio Reggiani - L’operazione di Telit era valida e inizialmente ha prodotto risultati, ha fatto lavorare i dipendenti. C’era interesse a inserirsi in questa reindustrializzazione ma poi il mercato ha reso i costi di produzione insostenibili". "Il collegio sindacale ha seguito le indicazioni dei piani industriali" hanno specificato i difensori di Salvatore Giugni, gli avvocati Gian Domenico Caiazza e Antonella Zoni.