Simona Ravizza, già volontaria di Saman, direttrice dell’associazione Antonia Vita
Simona Ravizza, già volontaria di Saman, direttrice dell’associazione Antonia Vita

Monza, 31 gennaio 2021 - “A Monza non abbiamo il bosco di Rogoredo, ma abbiamo altri ‘boschi’… la stazione ferroviaria, tanti parchetti, alcuni sottopassi. E non solo. Mi è capitato una sera di recente di assistere a uno scambio allo stadio: il cliente è arrivato e ha lasciato per terra vicino alle biglietterie i soldi, dopo un po’ è passato lo spacciatore a prenderli e al suo posto ha appoggiato un pacchetto con la droga. Ecco, forse i miei occhi ormai vedono solo certe cose, ma purtroppo è così: il consumo di droghe c’è e dobbiamo imparare a spiegare ai ragazzi a cosa rischiano di andare incontro”.

Una laurea in Giurisprudenza, docenze all’Università Bicocca e tanti anni di volontariato, Simona Ravizza si occupa da tempo di dipendenze e fragilità giovanile.  Dopo una lunga esperienza a Saman, associazione per la cura e la riabilitazione di persone con problemi di dipendenza da sostanze, da 10 anni è direttrice dell’associazione Antonia Vita, il centro educativo diurno al Carrobiolo di Monza che si occupa di contrastare il disagio giovanile. Giovanissimi, con problemi di fragilità, ragazzi maltrattati, abbandonati, stranieri.

Tanti bravi ragazzi (e le loro famiglie), “ne seguiamo 150 in un anno” a cui si offrono progetti di accoglienza e sostegno scolastico.

In mezzo a questo mondo, il problema delle dipendenze, in particolare da sostanze stupefacenti, è un preoccupante.

A Monza (e non solo) c’è un problema droga. Cosa si fa?

“La cosa preoccupante è che si fa poco o niente. Il mondo dei SerD, i Servizi per le Dipendenze, e quelli dei centri per ragazzi in difficoltà non si parlano, sono troppo distanti. I SerD si occupano fondamentalmente di dipendenze degli adulti, mentre gli educatori dei centri giovanili, pur con grande professionalità, spesso non hanno le competenze necessarie per affrontare i problemi di tossicodipendenza”.

Perché?

“Si è andati a perdere un patrimonio di esperienze e di conoscenze. Non c’è più prevenzione, ci si è fermati a intervenire sull’emergenza e non si è andati oltre”.

Si parla di un ritorno dell’eroina.

“La cosa triste è che già alcuni anni fa, a chi si occupava di questi temi, veniva detto di tenerci pronti, che l’eroina sarebbe tornata. Anzi, a dirla tutta, forse non se ne è mai andata: semplicemente, ha cambiato modalità. Lo spacciatore ha fatto marketing, ha abbassato i prezzi e le modalità di consumo sono cambiate”.

Non c’è più bisogno del buco, basta fumarla. E la dipendenza inghiotte rapidamente il consumatore.

“L’eroina è sempre stata là, sul tema dipendenza abbiamo peccato di presunzione e ci siamo cullati nell’illusione che il problema, dopo gli anni bui dei tossici-zombie e dei morti di overdose, fosse superato”.

Monza sembra al centro di questo problema: i fatti di cronaca lo raccontano.

“A Monza c’era ad esempio il programma X-Space, un servizio dedicato ai giovani e alle loro famiglie che aveva sede proprio dove sorge il SerD, in via Volturno. Ma ormai non c’è più”.

Mancanza di soldi?

“I Fondi nazionali per la lotta alla droga che finanziavano realtà come questa non ci sono più, in Parlamento da anni non si riunisce più la Consulta delle tossicodipendenze. Quello che era un punto di riferimento per i giovanissimi e le loro famiglie non esiste più, oggi il 14enne che si ritrova invischiato nel mondo della droga al massimo può finire al SerD. Ma non è una soluzione, non così giovane”.

A novembre due ragazzini, 14 e 15 anni, hanno ucciso un pusher che andava ad aspettarli proprio davanti al SerD.

“Ne so qualcosa. Al SerD ci si occupa di adulti, togliere le unità di strada e smettere di investire nella formazione degli educatori è stato un errore”.

È la soluzione giusta mandare un 14enne al SerD?

“Stiamo scalando l’Everest a mani nude, non è sano. Il trattamento dei giovani dipendenti non è semplice. È difficile trovare comunità che accolgano minorenni e non si sa dove mandarli, metterli al fianco dei grandi è un rischio”.

E invece?

“Dobbiamo tornare a fare prevenzione alla droga con i ragazzi. C’è stato uno sdoganamento del tema in questi anni, politica e adulti hanno ignorato e negato questo problema. E invece bisogna tornare a spiegare ai ragazzi che la droga fa stare male e uccide. Terrorismo psicologico? Certo, ma i ragazzi hanno bisogno di sentirselo dire, hanno bisogno di somatizzare il problema”.

Sono cambiate anche le modalità di consumo.

“L’eroina viene spesso venduta abbinata alla cocaina: al consumatore si insegna che combinandola può “salire” e poi “scendere”. Preservare la vita del consumatore è un obiettivo di marketing”.

E come sono cambiati i tossicodipendenti?

“Lo scenario è profondamente diverso: un tempo i tossicodipendenti erano tutti eroinomani, oggi si assiste a un policonsumo, dall’alcol alle canne, dalla cocaina all’eroina alle droghe sintetiche e alle pasticche. E anche il livello di dipendenza è molto diverso: si passa dall’uso al consumo, dall’abuso alla dipendenza, con molteplici sfumature. Molto più rischiose e difficili da intercettare, spesso il ragazzo fatica a riconoscere di avere un problema, ha la presunzione di potersi controllare, ma non è così purtroppo: è un’illusione fornita spesso dal nostro stesso modello di società. Disponibilità di sostanze, spesso mixate, il loro basso prezzo e l’accettazione sociale dello “sballo” sono una miscela dirompente e molto pericolosa…”.

C’è una differenza sociale nei consumatori?

“Al Carrobiolo, che pure è nel cuore del centro storico, arrivano molti ragazzi che provengono dagli strati sociali più fragili: proprio per questo è più facile che si mettano nei guai e incorrano in reati per procurarsi la dose e quindi vengano intercettati e ci vengano mandati dalla Prefettura. Per i cosiddetti “rampolli” invece non è così: riescono a mantenere uno stile di vita compatibile con quello richiesto dalla società e rischiano di svegliarsi a 40 anni scoprendo di essere diventati dipendenti, magari dalla cocaina. E purtroppo l'uso di droghe si sta diffondendo molto anche tra le fasce normali della popolazione".

Quanto è diffuso il problema?

“La stragrande maggioranza dei ragazzi fra i 16 e i 18 anni che ha a che fare con realtà come la nostra consuma stupefacenti, a diversi livelli ovviamente: dalle canne all’eroina. Ho letto di recente che a Monza e in Brianza c’è il record di consumatori di sostanze psicotrope: non me ne stupisco, purtroppo”.

La droga non è più un tabu.

“Leggevo di recente i commenti sotto una foto di un noto vip con problemi di tossicodipendenza: scrivevano, ‘sarà anche tossico, però è simpatico’. E ho pensato: ecco, non avesse avuto tutti quei soldi forse me lo sarei trovato fra i miei ragazzi”.

La droga riempie un vuoto?

“Alla fine in tanti che ne abusano raccontano storie di solitudine, abbandono, amori non corrisposti, sofferenze nelle quali tutti si possono identificare. Ma questo è ingannevole: perché nella vita non tutto va tutto va bene, purtroppo. Credere che la droga sia una soluzione è un’illusione”.

Storie dolorose?

“Monza è più piccola di quanto si possa immaginare. Ricordo come un trauma quando mi è capitato di incontrare uno dei tanti che da ragazzino aveva frequentato il nostro centro diurno: ormai aveva passato il confine, ed era a spasso con uno dei vecchi tossicodipendenti che bazzicano abitualmente in centro storico, un uomo di 60 anni”.

Comunità di recupero, SerD, metadone: il recupero del tossicodipendente passa(va) da qui.  Cosa si può fare coi giovanissimi?

“Chi arriva ai nostri centri di solito non si trova ancora in situazioni preoccupanti, abbiamo a che fare con una fascia ancora non gravemente compromessa, è importante intercettare i ragazzi prima che sia troppo tardi: offriamo percorsi individuali, una seconda opportunità con la scuola che avevano abbandonato, la possibilità di ottenere quel titolo di studio, anche solo una licenza media, che magari non erano magari riusciti a ottenere a suo tempo. Se sono ancora in condizioni fisiche tali da permetterglielo, se ad esempio si svegliano alla mattina, proviamo a offrire percorsi di apprendimento e autogratificazione… se diventano maggiorenni o hanno avuto commesso reati, purtroppo spesso l’unica possibilità è l’inserimento nelle comunità educative, sperando ovviamente che riescano a rimanerci senza scappare”.

In Islanda, dinanzi al dilagare di alcol e droghe fra i giovanissimi, hanno ideato un sistema.

“Un percorso anni in cui venivano resi obbligatori la pratica dello sport o del teatro a scuola, con gli istituti aperti fino a tardi e il coprifuoco dopo le 22 in modo da costringere i giovani a incanalare le proprie energie in qualcosa di salutare. C’è stato un grande investimento di risorse in questo progetto e i risultati hanno ripagato. In fondo, non troppo diverso da quello che tentiamo di fare anche noi al Carrobiolo: cerchiamo di sviluppare le cosiddette “Life Skills” del ragazzo, “abilità sociali o strategie dei vita”; teniamo aperto fino al tardo pomeriggio offrendo la possibilità di sperimentare il successo attraverso lo studio e lo sport. Nel nostro piccolo tentiamo di fare qualcosa di simile”.