Milano, 4 febbraio 2019 - Onorio Rosati, candidato di “Liberi e Uguali” alla presidenza della Regione, pensa sia possibile e utile ottenere una moratoria di un anno sull’invio dei richiedenti asilo in Lombardia come sostiene Attilio Fontana, candidato governatore del centrodestra?

«La moratoria sui migranti rientra più nella logica elettoralistica che tra i provvedimenti che si possono ottenere. Io credo serva un migliore governo dei flussi, la sburocratizzazione delle procedure perché 18 mesi di tempo per ottenere lo status di rifiugiato sono troppi e un’offerta che sia davvero diffusa su tutto il territorio lombardo, ma molti Comuni a guida centrodestra in questi anni si sono rifiutati di ottemperare alle direttive sull’accoglienza. Nell’attesa di vedersi riconosciuto lo status di rifiugiato, i migranti dovrebbero essere impiegati in lavori socialmente utili, in modo che ci sia uno scambio col territorio e si faciliti l’integrazione, un tema sulla quale la Regione può fare molto di più rispetto a quanto ha fatto finora».

Come migliorare servizio e sicurezza dei treni regionali?

«In questi anni c’è stato un sostanziale disinvestimento sul ferro sia da parte dello Stato sia da parte della Regione. È evidente che bisogna compiere una scelta: non ci sono soldi per potenziare le infrastrutture e la viabilità su gomma e contemporaneamente ammodernare la rete ferroviaria e il parco treni. Regione Lombardia questa scelta non l’ha compiuta ed è rimasta a metà tra un piano mobilità vecchio di 30 anni che prevedeva un ulteriore potenziamento della mobilità su gomma e, dall’altra parte, il tentativo, all’ultimo, alla fine della legislatura, di prevedere l’accensione di una serie di mutui per acquistare da qui ai prossimi 30 anni 160 convogli. Non è una risposta adeguata. Se da una parte la politica si deve impegnare per reperire le risorse per il trasporto ferroviario, dall’altra parte bisogna anche metter mano all’azienda che sta fornendo il servizio: penso che il trasporto ferroviario regionale debba essere messo a gara in modo che diversi vettori si confrontino con Trenord per capire chi meglio può svolgere il servizio. Il malcontento oggi è enorme».

La sua proposta sulle tasse?

«Noi non siamo per una riduzione generalizzata delle tasse perché questa andrebbe a penalizzare chi è più in difficoltà. Noi siamo per il principio che chi ha di più debba pagare di più e chi ha di meno debba pagare meno. Altrimenti bisogna spiegare come si finanziano i servizi sociali, il welfare. A livello regionale abbiamo lanciato il tema della ridefinizione del superticket in sanità: siamo per aumentare la fascia di esenzione dal superticket e per l’introduzione, al di sopra della soglia di esenzione, di un meccanismo progressivo basato sul reddito in modo che non tutti si trovino a pagare la stessa quota. Quanto al bollo auto, torno al ragionamento che facevo prima: non sono per abolirlo ma per un miglior reimpiego delle risorse che assicura alla Regione. Possibile, ad esempio, pensare ad incentivi per chi decde di cambiare auto scegliendone una poco inquinante».

Esattamente fino a che soglia di reddito porterebbe l’esenzione dal superticket?

«Fino ai 35mila euro di reddito annuo».

Il suo parere sulla riforma sanitaria approvata dalla Giunta Maroni e come la cambierebbe, se la cambierebbe.

«La riforma approvata nel 2015 viene da lontano, dal 1997, dal modello formigoniano. Noi abbiamo una visione opposta: crediamo che il pubblico debba avere una funzione diversa e prioritaria rispetto al privato. In questi anni abbiamo assistito al progressivo trasferimento di risorse e di posti letto dalla sanità pubblica alla sanità privata. Noi siamo contro la privatizzazione della sanità lombarda, siamo per una revisione del sistema di accreditamento delle strutture private. Oggi come oggi vengono tutte messe sullo stesso piano dopo di che il pubblico, giustamente, deve assistere e curare tutti mentre le strutture private rispondono soprattutto a logiche di profitto e bilancio. Il pubblico non può fare tutto, è vero. Ma non ci può più essere una scelta di equivalenza come è stato col modello formigoniano. Anche perché nonostante gli ingenti trasferimenti di risorse verso le strutture private abbiamo liste d’attesa forse persino più lunghe del ’97».

Che fare, allora?

«Oltre alla revisione dei criteri di accreditamento delle strutture private, ci deve essere un assessorato regionale al Welfare che tenga insieme la sanità, il socio-assistenziale, le politiche sulla casa, quelle sul lavoro e la formazione al lavoro. Un assessorato che racchiuda tutto il welfare in modo integrato. Solo così avremo la possibilità di prendere in carico il cittadino e seguirlo da quando nasce a quando va in pensione. Basta con lo spezzettamento e la conflittualità tra direzioni centrali di assessorati diversi. Un welfare comunitario per dare una risposta efficace contro le diseguaglianze a fronte della ristrettezza di risorse nella quale ci dibattiamo: in 5 anni la Regione ha perso 2 miliardi di euro di trasferimenti. Oggi i lombardi pagano la sanità almeno tre volte: con le tasse, con l’addizionale irpef, con ticket e superticket e, infine, con la visita specialistica se fatta privatamente. E infatti abbiamo un numero sempre maggiore di persone che non si curano. Dobbiamo intervenire modificando il sistema di accreditamento delle strutture private, mettendo il pubblico nelle condizioni di funzionare meglio, intervenendo sulle politiche del personale perché non c’è più turn over e abbiamo un problema con la legge 194, visto che in Lombardia oltre il 70% dei medici è obiettore. Poi dobbiamo innalzare il livello qualitativo della sanità territoriale, che oggi non è accettabile. Bisogna riorganizzare tutta la filiera, rivitalizzare gli enti intermedi tra territorio e ospedale, serve una rete di medici di medicina generale che, anche costituendosi in associazioni, possa occuparsi della presa in carico del paziente e fare da filtro senza che questa debba essere subito assicurata dagli ospedali. Se dovessimo vincere le elezioni, porremo in discussione il modello sanitario di Formigoni che negli anni ha prodotto tante situazioni di illegalità che nel 2012 hanno portato all’interruzione della legislatura. E anche in questa legislatura uno dei due relatori della riforma è stato coinvolto in inchieste giudiziarie, mentre l’altro, non coinvolto nella vicenda giudiziaria ma coinvolto nella scelta politica, oggi è alleato del Pd. Il vulnus che ha portato all’interruzione anticipata della legislatura è un vulnus che esiste ancora oggi. Quando noi parliamo di discontinuità, intendiamo che rivedremo completamente il modello formigoniano».

Aler. Come risanare i conti e come riportare la legalità nei caseggiati afflitti da occupazioni abusive e morosità?

«L’edilizia popolare è un settore storicamente sottofinanziato già dalla fine degli anni’90 quando fu eliminato il fondo Gescal, un fondo nazionale finanziato con piccole trattenute in busta paga. Non è un problema che può affrontare solo la Regione Lombardia ma anche la Regione deve fare la sua parte. Noi chiediamo al governo nazionale che ripristini un fondo per finanziare l’edilizia popolare, il che non significa finanziare nuove costruzioni con consumo di suolo ma riqualificare il patrimonio abitativo esistente. Contestualmente la Regione deve destinare una quota del proprio bilancio all’edilizia popolare, noi vogliamo che si riservi il 2% del bilancio ad un fondo per la casa pubblica. Infine, altra misura per ampliare l’offerta, bisogna convocare un tavolo con i proprietari degli oltre 80mila alloggi privati vuoti oggi presenti solo a Milano, quindi per lo più con società immobiliari e banche, perché una parte di quegli alloggi possa essere messa temporaneamente a disposizione mentre si provvede alla rigenerazione del patrimonio pubblico. Abbiamo un problema sociale enorme: o lo risolviamo noi o lo risolverà, male, la malavita organzizata come sta facendo occupando interi quartieri della città e diventando loro società immobiliari che intermediano l’occupazione abusiva degli alloggi».

Asili nido gratis per più persone o è meglio costruirne altri?

«Io sono per limitare al solo ciclo della scuola dell’infanzia la dote scuola, il contributo che consente alle famiglie di scegliere anche le paritarie. Lombardia e Veneto sono le uniche regioni in cui la dote vale anche per altri ordini di scuola».

Ultimerebbe Pedemontana?

«No, non la completerei. Un’autostrada inutile e e costosa finanziata con questo fantomatico project financing che alla fine altro non vuol dire altro che i soldi ce li mette lo Stato. Piuttosto c’è un tema di ponti, a partire da quelli sul Ticino, e di viadotti che vanno messi in sicurezza, serve un vero e proprio check up perché hanno un’età media di 50-60 anni e oggi non possono essere attraversati dai mezzi pesanti che, quindi, passano per i centri abitati creando problemi e tensioni».