L’arte fuori dalla vetrina: al Mudec fra coccodrilli in video oppure veri

Il patrimonio museale attraverso gli occhi dei ‘numi’ contemporanei. Da Damien Hirst a Monia Ben Hamouda, Wunderkammern moderne

L’installazione di Monia Ben Hamouda

L’installazione di Monia Ben Hamouda

Milano – Forse il titolo invoglia poco (Exposure, Arte, culture, moda dentro e fuori la vetrina) ma il progetto curatoriale è interessante perché obbliga il visitatore a pensare a quanto poco "neutre" siano le vetrine che contengono i pezzi di un museo, e come sia salutare anche un cambio di visione, di approccio.

Detto questo, la mostra che apre oggi al Mudec, Museo delle Culture (sino all’8 settembre, ingresso gratuito) presenta alcune installazioni molto interessanti come quella di Theo Eshetu (1958), artista contemporaneo che ha realizzato una produzione inedita per il Mudec ed alcuni interventi che riconfigurano la Collezione Permanente “Milano Globale”. Attraversando queste sale lo spettatore incontra almeno tre diversi tipi di vetrine: quelle disegnate per il museo da David Chipperfield, quelle legate al riallestimento della Collezione Settala (sala 1), fino alle pareti in vetro del “Salottino cinese” (sala 2). Per dare nuovo significato al percorso di visita ecco che alcuni oggetti appaiono "sottosopra", sistemati cosi da Theo Eshetu, "per spingere lo spettatore ad assumere un punto di vista diverso", racconta l’artista con il progetto “Crocodile on a ceiling“.

Come il coccodrillo che, anziché stare sul letto di un fiume, si trova contro ogni logica sospeso per aria, come un trofeo in una stanza delle meraviglie. Certo in vetrina c’è anche quello vero ma ai visitatori si suggerisce, per una volta, di guardare in alto, volgere lo sguardo al soffitto per ammirare le immagini di coccodrilli ripresi sia in natura sia in luoghi sacri d’Italia. Interessante anche la rilettura attuale delle vetrine e degli oggetti contenuti nella seconda sala attraverso alcune opere d’arte contemporanea come il lavoro di Mark Dion (1961), Sam Durant (1961) e Damien Hirst (1965). Dion presenta una serie di piccoli oggetti, scarti, recuperati dragando i canali di Venezia e li mette in teca. Monia Ben Hamouda suggerisce il superamento delle barriere con la sua installazione che usa le spezie e punta sugli odori mentre sul finire, prima di andare via l’edicola votiva, svuotata di ogni funzione, sollecita una domanda: "La vetrina vuota è la fine del museo?".

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