LUCA TAVECCHIO
Cultura e Spettacoli

Lo street artist Obey per la prima volta in Italia: a Milano una mostra-percorso tra pace, diritti e crisi climatica

Le opere dell’artista statunitense Shepard Fairey saranno alla Fabbrica del Vapore fino al 27 ottobre: l’esposizione come un tour in una città per rispecchiarne lo spirito

Alcune delle opere dello street artist Shepard Fairey, noto con lo pseudonimo Obey, esposte alla Fabbrica del Vapore

Alcune delle opere dello street artist Shepard Fairey, noto con lo pseudonimo Obey, esposte alla Fabbrica del Vapore

“Obey“ in inglese significa obbedire: l’esatto contrario di quello che invita a fare Shepard Fairey, l’artista americano che si nasconde dietro a questo nome, uno dei più celebri ormai del panorama mondiale di street art. Con le sue opere, singolare e colorato ibrido tra i tazebao della rivoluzione culturale cinese, i manifesti sovietici degli anni Venti di Michajlovič Rodčenko e la pop art, invita chi osserva ad attivare uno sguardo critico sulla realtà e una visione del futuro alternativa. I 35 anni di attività di Fairey sono i protagonisti della grande mostra antologica alla Fabbrica del Vapore, dal 16 maggio al 27 ottobre, curata dallo stesso artista, la galleria Wunderkammern in collaborazione con il Gruppo Deodato e promossa dal Comune di Milano.

Un ricco percorso espositivo che spazia dai primi adesivi con l’effigie del colossale lottatore di wrestling Andrè the Giant - diventato poi logo dell’autore - appiccicati in giro per New York, fino alle ultime opere dedicate al cambiamento climatico, passando per la sua creazione più celebre, “Hope“ (Speranza, ndr), il manifesto realizzato per la campagna elettorale di Barack Obama nel 2008, diventato icona simbolo dell’ex presidente americano. La mostra milanese, la prima in I’Italia dedicata a Obey, è stata concepita per non tradire lo spirito stesso della street art, per tradizione poco (o nulla) avvezza ai musei. Il percorso è pensato come fosse una città: da una piazza centrale, all’interno della quale troneggiano riproduzioni delle grandi opere murali, si diramano cinque “strade“ che invitano lo spettatore a perdersi alla scoperta delle tematiche più rappresentative del lavoro di Obey, attraverso opere personalmente selezionate dall’artista, tra le quali anche numerosi pezzi unici inediti. Ambiente, pace, diritti e musica: gli argomenti che l’artista americano affronta con le sue opere, che - ha spiegato lui stesso durante la presentazione della mostra - "hanno l’obiettivo di arrivare a più gente possibile. La scelta di realizzare le mie opere in strada risponde proprio a questa visione non elitaria dell’arte, che deve arrivare a tutti. Tutti devono potersi sentire protagonisti del messaggio che le opere vogliono trasmettere”. Testimonianza di questa attitudine convintamente democratica è il grande murale pacifista (33 metri per 11) che Obey ha realizzato nel quartiere Gallaratese (sulla facciata del palazzo di via Consolini 26) di Milano, grazie alla fondazione Adolfo Pini: un occhio con una lacrima nella quale è contenuto il mondo e una fiamma. Simbolo della tragedia della guerra, ma anche stimolo a prendere consapevolezza e ad agire per fermarla. “The future is unwritten”, diceva Joe Strummer, leader dei Clash, tra i nomi ispiratori di Fairey (ieri, durante la presentazione indossava anche una maglietta del gruppo punk inglese): uno slogan che lo street artist americano sembra aver fatto proprio e tradotto in forme e colori. Il futuro è ancora tutto da scrivere - ci suggeriscono i volti e i messaggi di Fairey - non lasciamo che siano altri a scriverlo per noi. “Questa mostra - dice Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura di Milano - rappresenta un viaggio, senza precedenti in Italia, nell’universo artistico di Shepard Fairey. Le cui opere incoraggiano riflessioni su temi universali come la pace, l’uguaglianza, la giustizia, la tutela dell’ambiente. Nulla è più importante in questo momento storico che sottolineare, come afferma l’artista stesso, che non c’è un noi contro di loro; c’è solo un noi”.

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