Mika
Mika

Milano, 29 novembre 2019 -  Il più grande entertainer dopo il Big Bang. In quel Revelation Tour che approda domani al PalaGeorge di Montichiari e il 3 dicembre al Forum di Assago, a Mika bastano una ventina di canzoni e un pugno di pianeti di cartone per stregare i cuori. Un po’ come Katy Perry nel suo ultimo kolossal da palasport. Anche se la popstar americana, col suo proverbiale senso della dismisura, il sistema solare ce l’aveva gonfiabile e ci volava in mezzo su un’astronave sospesa nel vuoto, mentre Mr. Michael Holbrook preferisce giocare molto più di fantasia, grazie ad un enorme tableau, disegnato con la sorella Jasmine, caratterizzato da una mano gigante, da una luna lacrimante formato Georges Méliès, e dal “Big Bang” della sua nascita, che lo catapulta su una lingua di palco multicolore fiancheggiata dalle postazioni della band.  Scenografia abbastanza statica in cui lui è il vero effetto speciale, sia quando canta “Tiny Love” seduto al pianoforte ricoperto di luci che una pedana idraulica innalza a 4 metri d’altezza, sia quando lancia grandi palloni colorati sul pubblico. Tutto con una visione cromatica della sua vita che racconta attraverso le luci di Vince Foster, già “lighting designer” di R.E.M., Peter Gabriel, Massive Attack, Phil Collins e Jamiroquai.

Mika, quali sono le innovazioni di questo tour?
«Lo show cerca un contatto pubblico più intenso dei predecessori, rinunciando ai maxischermi per evitare quell’effetto-tv che può distrarre. Oggi il mondo dei concerti è così hi-tech che spesso sembra di stare in uno studio tv. E invece l’emozione vera di quello che senti e che vedi è dentro di te, non sullo schermo. Ho ripensato agli show che hanno lasciato un segno nella mia vita e mi sono reso conto in fondo che non avevano dietro un surplus tecnologico. Siamo, però, nel 2019 e quindi ho dovuto arredare la scena un po’ di più”.

Ospiti?
«A Montichiari lo spettacolo sarà introdotto dal set di Birthh, mentre ad Assago da Wrongonyou».

L’ultimo album “My name is Michael Holbrook” è dedicato a sua madre. E lo show?
«Ai miei genitori. All’inizio dello show, infatti, la mia voce fuoricampo ricorda che all’inizio non c’era niente, ma solo l’amore di Joannie e Michael Holbrook. Ecco perché ho voluto le loro foto sul palco, che stanno lì a guardarmi, accanto al disegno di un King Kong alto dieci metri e ad una riproduzione decollata del David di Donatello da tergo messi assieme come un collage anni Ottanta”.

Tutto molto pop.
«Quando mi madre ha visto un’immagine della scenografia mi ha detto: sei un mascalzone, ma ti pare piazzare la foto mia accanto allo scimmione e quella di papà dietro al sedere del David?».

Il pubblico è lo stesso ovunque?
«No, cambia in ogni città in cui mi esibisco. Ogni popolo ha una sua storia, una sua cultura: non puoi andare in scena con il pilota automatico. Quella di adattarmi al pubblico che ho davanti è la mia responsabilità del performer, il mio mestiere».