The Chemical Brothers - Credit: Press
The Chemical Brothers - Credit: Press

Milano, 14 luglio 2018 - Il breve filmato affollato d’inquietanti personaggi con in faccia maschere bianche da coro greco che circola in rete preannuncia i Chemical Brothers prossimi venturi. Ma i "fratelli chimici" Tom Rowlands e Ed Simons giocano d’anticipo sui tempi della discografia offrendo un primo assaggio del nuovo album in quella celebrazione elettrica che è lo show con cui tornano venerdì prossimo all’Ippodromo del Galoppo di San Siro sotto l’insegna del Milano Summer Festival. A parlarne, dall’Inghilterra, è lo stesso Simons.

Sono passati tre anni della pubblicazione di “Born In the Echoes”. E ora?

"Il prossimo album è praticamente pronto. L’abbiamo scritto sull’onda delle suggestioni che ci hanno lasciato questi due anni di concerti in cui ci siamo esibiti pure a Milano. La musica unisce, ma in Inghilterra viviamo un momento di forti divisioni, così abbiamo sentito il bisogno di mandare un messaggio di speranza".

Nel disco precedente c’erano Beck e St. Vincent. E in questo?

"Abbiamo qualche ospite, tra cui una giovane vocalist nordica, Aurora, che canta sia in alcune tracce dell’album sia nei live set con voce molto bella ed evocativa".

Quando uscirà il nuovo album?

"Entro l’anno. Intanto, per saggiare la risposta, ne anticipiamo qualche momento in concerto eseguendo brani come ‘Free yourself’ o ‘EBW12’ che mi sembra la gente apprezzi molto per la forza, l’energia, che riescono a trasmettere. Da sempre sperimentiamo materiale inedito nei set, aggiungendo o togliendo qualcosa ad ogni esecuzione fino a raggiungere la forma perfetta".

Dal vivo puntate molto pure sulla forza degli effetti visivi di Adam Smith.

"Adam creò le immagini del nostro primo concerto e siamo ancora insieme. Quando scriviamo musica pensiamo a cosa potrà farci sopra lui con i suoi visual, anche se non interferiamo col suo lavoro che è stato e rimane totalmente libero. Se nei concerti c’è un terzo ‘fratello chimico’ questo è proprio lui...".

Avete suonato molto in Italia. Il pubblico è lo stesso ovunque o cambia?

"Cambia. A Firenze, ad esempio, è molto ‘cool’, a Milano molto ‘smart’; in Italia i nostri spettacoli diventano di fatto dei party per un pubblico particolarmente sofisticato".

Dopo l’improvvisa scomparsa di Avicii si è molto parlato sui media della solitudine del dee jay. Lei s’è mai trovato a fare i conti con qualcosa del genere?

"Quella di Avicii è un vicenda molto triste. Capisco, però, che in questo mestiere a volte la percezione di non essere completamente padroni della propria vita possa generare una frustrazione che porta all’isolamento. In simili circostanze diventa molto importante trovare in se stessi le energie necessarie per tirarsene fuori".

Com’è cambiato il vostro mestiere nell’ultimo decennio?

"È cambiato, come molti altri. L’importante per noi è stato, però, mantenere sempre alto il livello d’immaginazione; pur venendo dal mondo rave e da quello della psichedelia, non siamo mai stati gli alfieri o le icone di qualche scena dance, ma la nostra notorietà ha sempre poggiato sulla qualità di dischi capaci di stimolare la gente e mostrare che avevamo qualcosa d’interessante da offrire".