Carcere (repertorio)
Carcere (repertorio)

Milano, 21 aprile 2018 -  «Quando sono entrato in carcere gli agenti erano i miei nemici, ora sono alleato delle autorità, mi sento un cittadino». Adriano Sannino, detenuto nel carcere di Opera, cerca di lasciarsi alle spalle una vita violenta, gli anni al servizio dei clan della camorra di San Giovanni a Teduccio, periferia di Napoli. È entrato in cella nel 2000 per l’omicidio del boss Salvatore Cuccaro che, nel 1996, innescò una guerra nella città partenopea. Sta seguendo un percorso con il Gruppo della trasgressione, un’iniziativa nelle carceri di Opera, Bollate e San Vittore nata dall’esperienza del dottor Angelo Aparo per il recupero di detenuti attraverso l’auto-percezione delle proprie responsabilità e l’inserimento nella comunità. Adriano ha iniziato a studiare, lavora e si è costruito una nuova vita dietro le sbarre. «Per fortuna mi hanno allontanato da Napoli - racconta - a Milano hanno avuto il coraggio di investire su di me, nonostante avessi sbagliato mi hanno trattato come una persona». Ha ottenuto permessi per uscire dal carcere, incontra gli studenti che partecipano al progetto. «Sono andato a mangiare una pizza con alcune studentesse - spiega - mi sono seduto sul sagrato del Duomo e ho scoperto la bellezza della vita».

Partecipano al Gruppo della trasgressione persone detenute per omicidi plurimi, ergastolani, nomi di spicco nella storia della criminalità organizzata che ieri hanno raccontato la loro esperienza nel corso di un convegno al Palazzo di giustizia di Milano. C’è l’ex boss di Quarto Oggiaro Alessandro Crisafulli, che tra gli anni ’80 e ’90 controllava le piazze dello spaccio milanesi. Nomi come quello di Roberto Cannavò, killer dei clan che l’8 giugno 1992, per un regolamento di conti, uccise a colpi di pistola un venditore ambulante, Agatino Razzano, scatenando il panico al mercato di Moncalieri, alle porte di Torino. Mario Buda, elemento di spicco del clan catanese Cappello-Carateddi, all’ergastolo per omicidio e associazione mafiosa.

«Vengo dalla Calabria, e quando sono cresciuto i miei modelli erano i latitanti, le persone affiliate alla criminalità organizzata», racconta Pasquale Fraietta, detenuto a Opera per aver ucciso a Cornaredo, il 10 luglio del 2010, un 42enne con precedenti per spaccio, Francesco Calabretta. Alle spalle ha anche una condanna per la strage di Guardavalle, nel 1991, provocata da contrasti fra cosche della ’ndrangheta. «In carcere sono cambiato - spiega - sono riuscito ad assumermi le responsabilità di genitore. Quando mia moglie ha avuto un gravissimo incidente mi hanno permesso di uscire, di andare a trovarla in ospedale». Ieri ha incontrato il giudice milanese Simone Luerti che 28 anni fa, in Calabria, lo aveva giudicato nel corso di un processo. Ha le mani sporche di sangue anche Antonio Catena, in carcere da 12 anni. Pugile dilettante, nel novembre 2006 all’età di 22 anni uccise un uomo durante una lite in un appartamento a Milano, in zona Lorenteggio. «Sono sempre stato guidato dalla rabbia - racconta - avevo alzato un muro contro le autorità. A Opera il carcere è duro, ma ho incontrato un direttore che è andato oltre e mi ha dato fiducia. Ho sempre agito come un bambino - conclude - ora sto imparando a guardare le cose con il punto di vista di un adulto». Adesso fa parte della Commissione detenuti, raccoglie istanze e richieste delle persone che condividono il suo stesso destino dietro le sbarre. «Solo a Opera sono una quarantina i detenuti che partecipano al progetto - spiega il commissario coordinatore Amerigo Fusco, comandante della Polizia penitenziaria nel carcere - e stiamo ottenendo risultati soddisfacenti».