Mm, controllo allagamenti
Mm, controllo allagamenti

Milano, 29 agosto 2019 - Il ricorso resta in piedi. E l’esito della battaglia legale resta tutto da scrivere. Può andare avanti la causa avviata dai residenti di due condomìni di Bresso per opporsi alla vasca anti-piene del Seveso al Parco Nord, per la cui realizzazione Metropolitana Milanese ha lanciato lo scorso 5 agosto una gara d’appalto europea da 18,3 milioni di euro. Due giorni fa è arrivato il timbro della Cassazione, che ha ritenuto i cittadini pienamente legittimati a contestare il progetto, al contrario di quanto stabilito nel 2017 dal Tribunale superiore delle acque pubbliche di Roma. Risultato: ora la palla tornerà proprio all’organismo giurisdizionale che ha competenza sulle controversie che riguardano la demanialità delle acque, i limiti dei bacini idrici e gli alvei e le sponde dei fiumi, nonché sulle diatribe relative all’occupazione di fondi e terreni.

La vicenda è iniziata nel 2016, quando gli abitanti del Supercondominio Campo giochi e del condominio di via Papa Giovanni XXIII numero 43 di Bresso hanno impugnato il decreto con il quale la Direzione generale Ambiente, energia e sviluppo sostenibile di Regione Lombardia ha dato parere positivo sulla compatibilità ambientale «del progetto di sistemazione idraulica e laminazione delle piene del torrente Seveso nel Comune di Milano». In particolare, i cittadini hanno contestato la collocazione di uno dei quattro invasi all’interno del Parco Nord (gli altri verranno realizzati a Senago, Lentate e Paderno-Varedo), a poco più di 50 metri di distanza dalle loro abitazioni. Un invaso-chiave nel piano predisposto dall’Aipo per mettere in sicurezza una volta per tutte i quartieri Niguarda e Isola, periodicamente falcidiati dalle esondazioni del Seveso: basti dire che sarebbe bastata la vasca del Parco Nord per evitare gli ultimi allagamenti in ordine di tempo, quelli verificatisi nel giugno scorso; e del resto quel bacino è stato studiato apposta per arginare la piena in caso di precipitazioni copiose nella zona di Milano, a valle del corso d’acqua. Due anni fa, il ricorso dei residenti di Bresso non è stato esaminato nel merito dal Tribunale delle acque, che lo ha dichiarato inammissibile sostenendo che i cittadini non avessero né evidenziato «la loro posizione differenziata rispetto alla collettività di cui facevano parte» né «il pregiudizio specifico che avrebbero subìto dalla realizzazione dell’opera pubblica, non essendo a tal fine sufficiente l’affermazione della vicinanza alla stessa delle loro abitazioni».

La decisione è stata impugnata in Cassazione dai legali dei residenti. E martedì è arrivato il verdetto della Suprema Corte, che ha ribaltato la sentenza precedente. Secondo gli ermellini, infatti, «risultano sussistere entrambe le condizioni atte a fondare la legittimazione dei ricorrenti all’impugnativa del provvedimento»: vale a dire «sia la vicinitas, riconducibile alla incontestata prossimità delle loro proprietà all’area del programmato intervento pubblico, sia l’allegazione delle conseguenze dannose scaturenti dall’attuazione dell’impugnato provvedimento». In merito al secondo requisito, i giudici hanno ricordato i timori espressi dai cittadini, che non si sono limitati «a denunciare un rischio generico per la salute» ma hanno evidenziato «i rischi concreti e specifici per la loro salute», considerato «che, vivendo a non più di 50 metri di distanza dalla vasca», dovrebbero fare i conti «con acque stagnanti e inquinate, con fanghi, sollevamenti di polvere con sostanze cancerogene, insetti e odori». Conclusione: tutto da rifare. Si torna al Tribunale superiore delle acque pubbliche.