Una vita per sostenere i più fragili: "Ricordatemi come educatore"

Don Chino Pezzoli: la mia missione è iniziata a Poasco nel ’77. Ha recuperato migliaia di tossicomani

Una vita per sostenere i più fragili: "Ricordatemi come educatore"

Una vita per sostenere i più fragili: "Ricordatemi come educatore"

"Quando ho iniziato ad aiutare i tossicodipendenti, qualcuno mi chiamava ‘il prete degli sballati’. Mi piacerebbe, un domani, essere ricordato come un educatore. Oggi faccio appello al Governo e a tutte le istituzioni: non trasformate le comunità di recupero in cliniche. Grande è il patrimonio umano che questi centri racchiudono".

La recente festa della cooperativa sociale “Promozione umana“, da lui fondata, ha contribuito a riportare in primo piano l’operato di don Chino Pezzoli, classe 1935, originario di Leffe, nella Bergamasca. Un sacerdote che ha dedicato la vita al recupero dei tossicodipendenti. Il sostegno alle fragilità è stata la sfida che il religioso ha deciso di affrontare e alla quale ha dedicato tutto se stesso. Un atto di coraggio, "ma le opere di carità arrivano da Dio. Noi siamo solo operai", dice.

Numerose le strutture che fanno capo a don Chino, dal Sud Milano al Pavese fino alla Sardegna, e non solo. In 42 anni, attraverso le sue comunità e i suoi centri di ascolto, sono transitate migliaia di giovani in difficoltà, alle prese con droga, alcol e gioco d’azzardo. In genere l’80% degli ospiti riesce a portare a termine il percorso di riabilitazione, che si sviluppa in 36 mesi ed è comprensivo anche di alcuni periodi d’inserimento lavorativo.

"Un giorno del 1977, mentre celebravo messa a Poasco, frazione di San Donato, entrò in chiesa un tossicodipendente, bisognoso di aiuto. Lo ospitai a casa mia. Poi i bisognosi divennero due, poi quattro, poi sei. Fu in quegli anni che decisi di aprire i primi centri di aiuto, dapprima alla Presolana, quindi a San Giuliano. A coloro che mi accusavano di ‘portare i tossici sul territorio’ rispondevo: cerco di portare una scintilla di luce, perché anche gli sbandati si possono recuperare". "Di recente un papà mi ha detto: ’finalmente riesco a dialogare con mio figlio, e lui con me’. È la misura di quello che cerchiamo di fare. Della droga, e dei danni neurologici che provoca bisognerebbe parlare di più. Invece è un tema sul quale spesso viene fatto calare un silenzio assordante", osserva il sacerdote, che invita a non percepire le comunità di recupero solo come percorsi medicalizzati, ma a valorizzarne il tessuto umano e lo scambio di esperienze.

Alla festa di Promozione umana, domenica scorsa al Crowne Plaza di San Donato, hanno partecipato anche l’arcivescovo di Milano Mario Delpini e il viceministro alle politiche sociali Maria Teresa Bellucci.

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