Giuseppe Memeo spara in via De Amicis
Giuseppe Memeo spara in via De Amicis

Milano, 17 gennaio 2019 - «Aveva una bicicletta nera coi freni a bacchetta e un cestino che puntualmente gli veniva rubato in cortile. Diceva di chiamarsi Massimo Turicchia». Chi ricorda, allora aveva 17 anni. Cresciuto nella palazzina di via Negroli 30/2 a pochi passi da viale Campania, non può dimenticare che uno degli appartamenti al piano terra fu rifugio di Corrado Alunni, tra gli esponenti di spicco delle Brigate rosse, Prima linea e Formazioni comuniste combattenti.

La mente corre al 13 settembre 1978, giorno del suo arresto. «In casa sua trovarono di tutto». Documenti e armi: detonatori, pistole, mitra, fucili, migliaia di cartucce, micce. Tutto nascosto in una palazzina anonima della prima periferia. I più, al sentire il nome «Alunni», oggi allargano le braccia. Stesso clima al palazzo di via Monte Nevoso 8 in zona Lambrate, quattro scale. Eppure quella fu una delle roccaforti dei terroristi. Tre arresti l’1 ottobre 1978: Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e Nadia Mantovani. Nell’appartamento affiorarono 49 pagine dattiloscritte che riportavano gli esiti degli interrogatori a cui era stato sottoposto Aldo Moro. Dodici anni dopo, durante lavori di ristrutturazione, un operaio trovò altro: oltre 400 fogli scritti da Moro, murati sotto una finestra. «Impossibile dimenticare – dice oggi una inquilina, in via Monte Nevoso da oltre 50 anni –. Era un inferno per chi abitava di fianco, per non parlare del viavai di giornalisti». Il 9 luglio 1979, a poca distanza da lì fu espugnato il covo di via Picozzi 18, strada privata che ospita tuttora palazzine signorili a ridosso di via Casoretto: arrestati Maria Pia Ferrari e Giuseppe Memeo, l’uomo che nella foto simbolo degli anni di piombo spara ad altezza uomo in via De Amicis. Ora, vicino a via Ausonio, una lapide ricorda il vicebrigadiere Antonio Custra. Era il 14 maggio 1977 quando in via De Amicis alcuni partecipanti a un corteo aprirono il fuoco contro gli agenti e Custra, 25 anni, fu colpito alla testa da un proiettile. Dieci anni più tardi si scoprì che ad uccidere era stato Mario Ferrandi, di Prima Linea. Se la cavò con 4 anni di reclusione.

Ma i covi non erano solo in periferia: extralusso quello per Cesare Battisti e i complici del Pac, Proletari armati per il comunismo, negli anni ’70. Via Castelfidardo 10, zona Moscova, appartamento intestato a Silvana Marelli dove si riunivano i capi del Pac. Uno stabile, allora come oggi, lontanissimo dall’ideologia pauperista: si tratta di Casa Bosi-Pelitti, costruita nel 1864 su progetto dell’architetto Paolo Tornaghi. La facciata, tuttora splendida, ha rilievi in terracotta, con busti, putti, episodi di storia romana. In questo contesto i poliziotti, il 26 giugno ’79, in una perquisizione trovarono pistole, fucile e bombe a mano. Ne seguì l’arresto della Marelli e di altri quattro, tra cui Battisti, già ricercato per una rapina nel Lazio. Dalla fuga dal carcere di Benevento iniziò la sua lunga latitanza. Ed è pure insospettabile un altro covo: quello del fondatore delle Br Renato Curcio. Via Maderno 5 è un palazzo signorile di 4 piani con eleganti mattoni a vista sulla facciata e un possente portone in legno all’ingresso. È in zona Ticinese. A due passi dalla chiesa di Santa Maria di Caravaggio erano nascosti Curcio e la fidanzata Nadia Mantovani. Il 18 gennaio 1976 i carabinieri fecero un’irruzione, Curcio si arrese dopo lo scontro a fuoco. Mentre in via Boscovich 55, traversa di Buenos Aires, c’era l’appartamento di Corrado Simioni, esponente del nucleo primitivo delle Br, il Collettivo politico metropolitano, e fondatore di Hyperion, scuola di lingue di Parigi che secondo alcuni era centrale internazionale del terrorismo. Lo stabile milanese è oggi sede di uffici, appartamenti e un hotel a 1 stella.

Ma Milano porta i segni degli anni di piombo: tra le targhe, quella in via Salaino angolo via Solari per ricordare il giornalista Walter Tobagi, assassinato il 28 maggio 1980 dalla Brigata XXVIII Marzo. Il cuore sussulta, passando in via Malpighi, Porta Venezia. Lì il ristorante che il 22 gennaio ’79 fu teatro della tentata rapina al gioielliere Pierluigi Torregiani (che poi cadde vittima della rappresaglia nella sua Bovisa, il 16 febbraio) ha passato il testimone a un altro locale. Perché i luoghi continuano a parlare, anche se la città cambia pelle.