Silvia Romano in Kenya
Silvia Romano in Kenya

Milano, 14 marzo 2019 - Quasi quattro mesi di angoscia, 114 giorni, dalle speranze di una svolta in tempi rapidi promessa dalle autorità del Kenya fino a un muro di silenzio sulle ricerche di Silvia Romano, la cooperante milanese rapita lo scorso 20 novembre dal villaggio di Chakama. Risalgono al 21 gennaio le ultime scarne informazioni fornite dalla polizia del Paese africano, certa che la ragazza fosse ancora in Kenya, forse nascosta nella boscaglia del Tana River con la complicità della popolazione locale. Poi più nulla.

«Non abbiamo niente da dire», spiega la madre della cooperante, chiusa nel silenzio nell’appartamento della famiglia in via Casoretto 1, a poche decine di metri dal luogo dove nel 1978 furono uccisi i due frequentatori del centro sociale Leoncavallo Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, ricordati con un murales. «L’impegno e l’attenzione sul caso sono costanti», si limita a far sapere il ministero degli Esteri. Un riserbo mantenuto in passato anche nell’ambito di altri sequestri di italiani all’estero poi sfociati nel rilascio, dal rapimento delle volontarie lombarde Greta Ramelli e Vanessa Marzullo in Siria a quello del ristoratore Rolando Del Torchio nelle Filippine. Ma il timore è che le indagini e le eventuali trattative con i sequestratori siano approdate a un punto morto nel Paese, dove tra l’altro erano diretti i volontari italiani vittime del disastro aereo in Etiopia, colpito da criminalità, attentati e infiltrazioni della milizie islamiste somale al-Shabaab.

Silvia Romano era partita per seguire un progetto della onlus marchigiana Africa Milele nel villaggio a 80 chilometri da Malindi, paradiso per turisti. Dopo il blitz del commando armato il caso, almeno nelle prime fasi, sembrava configurarsi come un rapimento lampo, commesso da una banda di criminali comuni in cerca di un riscatto. Le autorità del Kenya non nascondevano l’ottimismo, facevano trapelare la speranza di una svolta in tempi brevi che, però, non è ancora arrivata. Fra novembre e dicembre una serie di arresti, fra cui quello di uno dei presunti rapitori, Ibrahim Adan Omar. L’uomo fu fermato a Bangale, un villaggio dell’area Nord del Paese. Gli altri componenti della banda sono sfuggiti alla rete, si nasconderebbero nell’area del fiume Tana, forse protetti da clan locali e dal muro di omertà. Una zona selvaggia, al confine con la Somalia, dove la polizia è vista come ostile. Nella città di Garsen è stato allestito un centro operativo, dove hanno lavorato anche i carabinieri del Ros e i servizi segreti. C’è stata la richiesta di un riscatto? Sono in corso trattative con i sequestratori? Silvia si trova ancora in Kenya? Domande senza risposta, a 114 giorni dal rapimento, mentre cresce l’angoscia per la sorte della cooperante milanese.