Per Bruno Belletti «un insegnante deve essere un professionista dell’empatia»
Per Bruno Belletti «un insegnante deve essere un professionista dell’empatia»
di Monica Autunno "Non sono di quelli che se ne va dicendo “ah me ne vado, poveretti voi che rimanete”. No io no. Provo già rimpianto. Insieme alla speranza di poter usare bene il mio tempo futuro. E so che ne è valsa la pena". Ultimi giorni a scuola va in pensione Bruno Belletti, il preside con la P maiuscola di Gorgonzola e della Martesana. Ha 65 anni, insegnante da 41, preside all’Istituto superiore Argentia da 31. Prima era stato insegnante di italiano, storia e filosofia, e per un periodo...

di Monica Autunno

"Non sono di quelli che se ne va dicendo “ah me ne vado, poveretti voi che rimanete”. No io no. Provo già rimpianto. Insieme alla speranza di poter usare bene il mio tempo futuro. E so che ne è valsa la pena". Ultimi giorni a scuola va in pensione Bruno Belletti, il preside con la P maiuscola di Gorgonzola e della Martesana. Ha 65 anni, insegnante da 41, preside all’Istituto superiore Argentia da 31. Prima era stato insegnante di italiano, storia e filosofia, e per un periodo vicepreside al liceo melzese Giordano Bruno. In queste ore e in questi giorni, una slavina di attestati di stima e di saluti con commozione. Dal preside di generazioni e generazioni di studenti della zona un commiato con nostalgia, ma anche con leggerezza. "Leggerezza, sempre. La scuola, la vita ne hanno bisogno. Me ne vado dopo i due anni del Covid, due anni di adrenalina pura. Spero che il mio sistema immunitario regga". Nel tempo ho scoperto l’utilità sociale di questo lavoro. “Cavare” dai ragazzi energie di sopravvivenza, aver contribuito al miglioramento della percezione che hanno di sé è una bellissima esperienza". I suoi traguardi migliori in questi anni? "Non saprei. So di aver lottato ferocemente contro la dispersione scolastica. Di aver gestito relazioni trasparenti. Di aver messo sempre in guardia dai rischi della bocciatura. Che certo talvolta è inevitabile. Ma che è sempre un trauma".

I suoi rapporti con gli insegnanti? "Buono sempre, con qualche eccezione". Cosa ha cercato di trasmettere? "La grande legge della motivazione. Un insegnante deve essere un professionista dell’empatia. E non solo l’insegnante di sfera umanistica, che magari, il più delle volte, ha per formazione una certa predisposizione. Tutti gli insegnanti: le grandi battaglie, fra virgolette, le ho sostenute con molti colleghi di area tecnica. Che devono essere i motivatori numero uno". Sempre più complicati i rapporti scuola-famiglie. "Beh sì. La didattica a distanza ha contribuito a un’ulteriore confusione, ha dato spazio per qualche intrusione indebita". Qualche ricordo che porta con sé. "Moltissimi. Gli studenti del Brancaccio che vennero in visita. Un incontro con Nedo Fiano, anni fa, che lasciò gli studenti senza parole. Muti, resettati. E tanti studenti di cui non ricordo i nomi, ma la tipologia: refrattari, disinteressati. Alcuni li ripescammo, altri no. Ma loro si ricordano ancora, ne ho la prova in questi giorni, della loro esperienza qui. Ho cercato di non essere mai giudicante. Nemmeno nelle sanzioni. Una cosa è il “reato”, altra la persona".