Pieve, parla lo studente accoltellato a scuola: “Cercava di colpirmi alla gola”

Il 16enne ferito ha raccontato che qualche giorno prima era stato minacciato dal 18enne: "Ti sgozzo”. Il gip riqualifica l’accusa da lesioni a tentato omicidio “Nessun pentimento”

I carabinieri fuori dall'istituto dove è avvenuto l'accoltellamento

I carabinieri fuori dall'istituto dove è avvenuto l'accoltellamento

Milano – Il ragazzo di 18 anni che martedì scorso ha accoltellato alla gamba uno studente 16enne davanti alla scuola professionale Afol a Pieve Emanuele non solo "non ha espresso il minimo pentimento per la propria azione, ma ne ha anzi quasi rivendicato la legittimità". Ha sostenuto infatti, nel corso dell’interrogatorio, di aver agito per proteggere una sua amica, per lui "quasi una sorella", infastidita da quel ragazzo, che si comportava a suo dire come il "bullo della scuola".

Per questo il gip di Milano Alberto Carboni ha disposto il carcere per il giovane, accusato di tentato omicidio aggravato dai futili motivi, ossia quella "banale lite per una ragazza contesa". Dall’ordinanza di custodia cautelare, tra l’altro, risulta che quel pomeriggio il 18enne era arrivato davanti alla scuola a Pieve Emanuele, frequentata dal 16enne, assieme "a tre ragazzi e una ragazza" che, quando l’amico si è messo a rincorrere la vittima per aggredirla, sono scappati "nei campi circostanti". "Subito dopo aver visto la coltellata sono andato a cercare aiuto (....) il ragazzo era a terra in un lago di sangue", ha messo a verbale un insegnante che ha visto la scena.

Il 16enne ha raccontato agli investigatori che il maggiorenne "due o tre settimane fa (...) mi contattava telefonicamente comunicandomi di essere notevolmente arrabbiato e innervosito dal rapporto che intercorreva tra me e una ragazza". E lo avrebbe minacciato così: "Ti apro la testa (...) io ti sgozzo". Ha messo a verbale, poi, che durante la prima fase dell’aggressione "tentava di colpirmi alla gola, tuttavia riuscivo a schivarlo".

Per il giudice il 18enne, ora detenuto a San Vittore, ha usato un’arma "idonea a cagionare la morte", quel coltello con una lama di oltre 10 centimetri. Lo stesso gip, nel riqualificare l’accusa principale da lesioni aggravate a tentato omicidio, chiarisce che anche una coltellata ad una gamba può potenzialmente "determinare la morte".

Il 18enne aveva "intenzioni omicidiarie", anche perché mentre inseguiva il rivale "continuava a urlare “ti ammazzo“". E occorre "domandarsi cosa sarebbe accaduto se, anziché essere medicato nell’immediatezza" ed essere subito portato in ospedale, "il ragazzo fosse stato abbandonato nel luogo dell’accoltellamento". Il giovane ha mostrato una "non comune violenza e spregiudicatezza", tanto che non "ha esitato a inseguire la vittima sin dentro la scuola" e aveva già premeditato tutto, dato che aveva portato con sé il coltello.

Solo la presenza di altre persone attorno a lui, come un professore, lo ha costretto poi "ad allontanarsi" dopo il primo fendente, evitando conseguenze più gravi. Il ragazzo, difeso dall’avvocatessa Samanta Barbaglia, ha spiegato al gip di aver portato il coltello per difendersi. Si sarebbe presentato davanti all’istituto, secondo la sua versione, per andare a prendere la sua amica e proteggerla da continui maltrattamenti e "molestie" da parte del minorenne, che l’arrestato ha affermato di non conoscere. Dichiarazioni che, scrive il gip, "non incidono sulla materialità dei fatti e non sono comunque attendibili". Dalle indagini dei carabinieri e del pm Letizia Mocciaro è emerso tra l’altro che il 18enne, con precedenti per reati di droga e che aveva la misura dell’obbligo di firma, anche prima dell’aggressione avrebbe minacciato al telefono il rivale con frasi come "ammazzo te e tua madre".

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