Liliana Segre e Marco Steiner
Liliana Segre e Marco Steiner

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Nemmeno il Covid potrà fermare la messa in posa di altre 31 pietre d’inciampo, anche se,naturalmente, non ci sarà la presenza dell’artista tedesco Gunter Demnig. E tre le date da segnare in calendario, il 29 gennaio, subito dopo la Giornata della Memoria, il 1° febbraio e una terza, ancora incerta, attorno al 25 aprile. «Salgono così a 121 le Pietre d’inciampo (dal tedesco Stolpersteine) che siamo riusciti in cinque anni a depositare nel tessuto urbano per fare crescere la conoscenza e non perdere la memoria dei cittadini deportati nei campi di concentramento e sterminio nazisti», sottolinea Marco Steiner, vicepresidente del comitato milanese Pietre d’inciampo coordinato dalla senatrice Liliana Segre. «Non faremo cerimonie proprio per evitare assembramenti ma stiamo valutando di organizzare delle dirette sui social e collegamenti con le scuole».

L’inciampo nella memoria offre l’occasione a tutti di approfondire e scoprire « le vite degli altri», di quanti per le loro idee, o perchè ebrei, subirono persecuzioni e deportazioni. E non tornarono più nelle loro «tiepide case». Quest’anno il Comitato ha scelto ancora di omaggiare la figura di un altro agente di custodia, dopo Andrea Schivo, con la posa di una seconda pietra d’inciampo in piazza Filangeri 2, davanti a San Vittore. Si tratta di Sebastiano Pieri, nato a Vasanello (VT) il 5 aprile del 1898. Fu scoperto ad aiutare i detenuti politici a mantenere i rapporti con i loro parenti. Finì arrestato il 17 marzo 1944 e assassinato, dopo vari spostamenti da Fossoli e Mauthausen, a Gusen il 19 gennaio 1945. 

Sul lavoro era particolarmente apprezzato, fu promosso guardia scelta a settembre e il 4 dicembre 1938 gli venne conferita la medaglia d’argento al merito di servizio. Dopo l’8 settembre 1943 è nel braccio di San Vittore sotto giurisdizione delle SS tedesche, addetto all’infermeria; diventa testimone della morte e delle torture di don Achille Bolis, parroco settantenne di Calolziocorte (BG). Lì, da tanta sofferenza, scatta la molla di farsi da tramite con i parenti dei carcerati. Nascondendo i «pizzini» nella fodera del berretto di ordinanza. Fino a quando non viene scoperto, arrestato a San Vittore, con il numero di matricola 1705.

Un’altra pietra verrà posata in via Rovani 7 a ricordare la storia di Giulio Ravenna e del fratello Rino Lazzaro, cugini del papà di Liliana Segre. I fratelli Ravenna avevano tentato l’espatrio insieme ad Alberto Segre e la figlia Liliana. Il gruppo fu respinto dagli svizzeri, costretto a rientrare ed arrestato a Selvetta di Viggiù (VA) e l’8 dicembre 1943 carcerato a Varese. Giulio Ravenna finisce a Fossoli dove muore il 18 febbraio 1944. Il fratello, Rino Lazzaro Ravenna, va a San Vittore dove muore suicida il 29 gennaio 1944. Il giorno prima della deportazione di Liliana Segre.