Piero Manzoni firma una "Scultura vivente"
Piero Manzoni firma una "Scultura vivente"

Milano, 7 aprile 2015 - Un imprenditore danese con la passione dell’arte contemporanea. Un avvocato bresciano in contatto con artisti e collezionisti. Un’inchiesta aperta dalla magistratura con al centro sette tele di Piero Manzoni - l’enfant prodige scomparso all’inizio degli anni ’60 lasciando i suoi Achrome e la Merda d’artista - i cui lavori originali, oggi, raggiungono quotazioni da capogiro. Inutile aggiungere che le sette opere in questione, già sequestrate dalla procura, sono probabilmente dei falsi.

A far partire l’inchiesta è stata una denuncia della Fondazione Manzoni, costituita dagli eredi dell’artista scomparso nel ’63 nemmeno trentenne. I lavori di incerta attribuzione sono 4 tela grinzata di varie misure, 1 ovatta a rettangoli, 2 pacco in carta di giornale, che un paio d’anni fa l’imprenditore danese pagò in blocco 230 mila euro ritenendo, giustamente, di aver fatto un ottimo affare.

A farglieli avere fu l’avvocato Carlo P., che lui conosceva da tempo e tramite il quale aveva già acquistato diverse opere d’arte contemporanea, compreso un frattale multiplo di Michelangelo Pistoletto. Il legale gli consigliò i Manzoni che, a suo dire, provenivano da un privato in difficoltà economiche. A convincere definitivamente il collezionista danese fu anche il catalogo che l’avvocato P. gli mostrò, a cura degli “Amici di Piero Manzoni”, nel quale le opere proposte erano fotografate e catalogate. Un anno fa la brutta sorpresa, quando su suggerimento di un funzionario della casa d’aste Sotheby’s di Londra, il danese spediva i Manzoni, prima in foto e poi dal vero, all’omonima Fondazione milanese per l’autenticazione. Che però non arrivò mai. L’imprenditore scoprì invece di lì a poco che per la Fondazione quei lavori sarebbero dei falsi, che la magistratura aveva provveduto a sequestrarli e che lui stesso, in quanto proprietario, era indagato per detenzione di opere d’arte contraffatte.

A quel punto al collezionista non rimaneva che presentarsi davanti al pm Luigi Luzi, che coordina l’indagine giudiziaria, e raccontargli in che modo era venuto in possesso delle sette tele e di come le avesse acquistate fidandosi dell’avvocato bresciano. In quell’occasione ha potuto anche scoprire che il catalogo di opere di Manzoni che gli era stato sottoposto a suo tempo conterebbe vari lavori che la Fondazione ritiene falsi.

Anni fa, del resto, già si celebrò un processo nei confronti di un ex baritono della Scala accusato di possedere Manzoni che la Fondazione non riconosceva. Alla fine, però, il giudice ritenne impossibile accertare se quelle tele fossero realmente false.