Stefano Binda
Stefano Binda

Milano, 21 luglio 2019 - Negata la scarcerazione per la terza volta a Stefano Binda. La prima sezione penale della Cassazione ha rigettato il ricorso dei difensori Patrizia Esposito e Sergio Martelli contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Milano che in maggio aveva negato la revoca dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere per l’uomo condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. L’iniziale ricorso della difesa era stato invece respinto nel mese di marzo dalla prima Assise d’appello.

In aula il rigetto è stato chiesto dal sostituto procuratore generale della Cassazione, Stefano Cocci. Strenuo, ancora una volta, lo sforzo dei difensori di Binda per scardinare i tre presupposti della carcerazione: il pericolo di fuga e quelli di inquinamento della prove e della reiterazione del reato. I legali hanno ottenuto che venisse acquisita l’ordinanza emessa dall’Assise d’appello milanese l’11 luglio, giorno di esordio del dibattimento. Era stata ammessa la deposizione dell’avvocato bresciano Piergiorgio Vittorini che ha ricostruito i suoi due incontri con l’uomo che sosteneva di essere il vero autore della prosa anonima “In morte di un’amica”, recapitata alla famiglia Macchi il giorno dei funerali di Lidia, attribuita all’assassino e fatta ricadere su Binda dalla consulenza grafologica. L’ordinanza aveva escluso dal dibattimento la consulenza dello psichiatra Mario Mantero, che dopo quattro incontri in carcere con Binda lo aveva definito una personalità a cavallo tra narcisistico e antisociale.

Entro il 24 luglio, quando dovrebbe concludersi il processo, la Corte d’appello si esprimerà sulla istanza di ricusazione e di sostituzione del collegio giudicante avanzata dall’avvocato Daniele Pizzi, legale di parte civile per la famiglia Macchi.