Omicidio Rancilio, così è stata uccisa Fiorenza: piumone sulla faccia e colpi col peso da palestra

Forse il figlio le ha coperto il volto per non guardarla negli occhi mentre la stava aggredendo. Almeno sei ricoveri in passato per problemi psichiatrici, agli atti una chiamata al 112 nel 2021

I carabinieri nel palazzo dove è stata uccisa Fiorenza Rancilio. A destra, il figlio della donna Guido Pozzolini Gobbi Rancilio

I carabinieri nel palazzo dove è stata uccisa Fiorenza Rancilio. A destra, il figlio della donna Guido Pozzolini Gobbi Rancilio

Guido Augusto Gervasi Gastone Pozzolini Gobbi Rancilio è ancora piantonato nel reparto di Psichiatria del Policlinico. In stato catatonico, intontito dagli psicofarmaci, non è stato ancora interrogato dal pm Ilaria Perinu, che sta coordinando le indagini dei carabinieri sull’omicidio della madre Fiorenza Rancilio, 73 anni, ereditiera del noto gruppo immobiliare con quartier generale in via Crocefisso 6, sede ai piani bassi delle tre società di famiglia Omnium, Palladium e Saem-Smc e dimora nel super attico della donna e del figlio trentacinquenne. L’uomo non ha quindi dato neppur informalmente la sua versione dei fatti né spiegato il movente del raid letale, e di conseguenza si sono solo fare ipotesi su cosa sia accaduto l’altro ieri mattina al nono piano dello stabile a due passi dalle Colonne. Lo stato mentale dell’uomo, affetto da schizofrenia, sembra escludere che abbia drogato la madre per stordirla. Più verosimile che l’abbia aggredita all’improvviso attorno alle 9, l’orario in cui la donna era solita scendere in ufficio: la signora Fiorenza aveva già indossato vestiti e scarpe.

È possibile che la settantatreenne sia caduta a terra e abbia perso conoscenza dopo l’impatto con il pavimento; a quel punto, Guido potrebbe averle coperto il volto e parte del corpo con piumone e asciugamani per non guardarla negli occhi mentre la uccideva con un manubrio da palestra, l’unico che mancava dalla fila di attrezzi ginnici posizionata in una stanza all’ottavo piano. I carabinieri della sezione Investigazioni scientifiche lo hanno trovato e sequestrato nel corso del sopralluogo: l’oggetto non presentava evidenti tracce di sangue, ma la prova del luminol le ha rintracciate sulla superficie; e la forma risulta compatibile con i colpi che hanno fracassato la parte sinistra della fronte di Fiorenza. Di recente, la donna aveva confidato ad amici e persone di fiducia la paura per gli scatti d’ira del figlio, sempre più incontrollabili e distruttivi, anche se agli atti dell’indagine risulta solo una richiesta di aiuto al 112 datata 2021 per una di quelle crisi, che non aveva portato ad alcuna denuncia nei suoi confronti.

I militari della Compagnia Duomo e del Nucleo investigativo di via Moscova, rispettivamente guidati dal maggiore Gabriele Lombardo e dai colonnelli Antonio Coppola e Fabio Rufino, stanno scandagliando pure il passato clinico del trentacinquenne: dalle prime verifiche, risulterebbero almeno sei ricoveri in strutture private per curare i disturbi di Guido Augusto, seguito da specialisti. Un aspetto, quello dello stato di salute mentale dell’uomo difeso dall’avvocato Francesco Isolabella, che rivestirà un ruolo decisivo nello sviluppo dell’inchiesta e in vista dell’eventuale processo: presto potrebbero essere nominati consulenti e periti, i cui giudizi saranno determinanti per chiarire se le condizioni del trentacinquenne siano compatibili con la detenzione o se debba essere invece trasferito in un centro di cura specializzato in regime di custodia cautelare.

Intanto, la Procura inoltrerà all’ufficio gip la richiesta di convalida del fermo di polizia giudiziaria e del carcere per il presunto assassino. La vita della signora Fiorenza, dell’intera famiglia Rancilio e quindi anche del figlio Guido era già stata segnata quasi mezzo secolo fa da un’altra tragedia: quella del primogenito del capostipite Gervaso, Augusto, che il 2 ottobre 1978 fu sequestrato da un commando legato ai clan di ’ndrangheta trapiantati al Nord. Quella mattina di 45 anni fa, ricostruirono poi i giudici del processo Nord-Sud anche grazie alle rivelazioni del pentito Saverio Morabito, il giovane architetto, ribattezzato "Francesino" perché spesso si recava Oltralpe per seguire alcuni cantieri edili nella zona di Tolone, fu rapito da uomini armati di mitra in via dei Salini a Cesano Boscone, sotto gli occhi del padre e di alcuni suoi dipendenti.

Successivamente, il ventiseienne fu portato prima a Buccinasco e poi in una cascina di San Giorgio su Legnano, per poi essere trasportato in Aspromonte, tra Castellace e Oppido Mamertina. Un giorno, il carceriere lo nascose in un tubo di cemento, durante un’operazione delle forze dell’ordine: "Siccome tentava di reagire, il suo custode gli sparò", raccontò in seguito Alfonso Amante, riportando confidenze di Giuseppe Mammoliti. Il padre Gervaso e la sorella Fiorenza sono morti senza sapere dove sia stato seppellito il corpo.

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