Summit a Paderno Dugnano
Summit a Paderno Dugnano

Milano, 2 giugno 2018 - Partecipò al summit della ’ndrangheta al centro per anziani di Paderno Dugnano intitolato alla memoria di Falcone e Borsellino che, il 31 ottobre 2009, sancì l’elezione di Pasquale Zappia a reggente delle cosche nel Nord Italia dopo l’assassinio dell’indipendentista Carmelo Novella. A differenza degli altri affiliati, arrestati nel 2010 nell’ambito dell’operazione Infinito che decapitò le cosche in Lombardia, per anni è riuscito a sfuggire alla cattura: è rimasto catalogato negli archivi dei carabinieri come “numero 23 soggetto non meglio identificato”, cioè la 23° persona presente al vertice di Paderno. Grazie alle riprese di una telecamera gli investigatori sono riusciti a dargli un nome nel gennaio 2014 e, lo scorso 26 settembre, Fortunato Calabrò, “Ignoto 23”, è finito in manette. Ritenuto affiliato alla locale della ’ndrangheta di Limbiate, il 52enne ieri è stato condannato a 4 anni e mezzo di carcere dal gup di Milano Sofia Fioretta.

Non si tratta dell’unica tegola giudiziaria: la Sezione autonoma Misure di prevenzione del Tribunale, presieduta da Fabio Roia, nelle scorse settimane aveva disposto il sequestro di un’abitazione e di una cantina in via Spluga 18 a Cesano Maderno entrambe intestate a Calabrò, due box, un magazzino e un negozio nella stessa cittadina brianzola di proprietà della moglie Antonietta Albanetti e tre conti correnti, un deposito titoli, un libretto di risparmio, due polizze Vita (una da 100mila euro) e un buono postale per un ammontare complessivo che sfiora i 700mila euro. Un tesoro accumulato, secondo le accuse, con attività illecite. Originario della provincia di Reggio Calabria, Calabrò è rimasto sconosciuto all’Erario fino al 2008, dichiarando poi un massimo di 16.761 euro nel 2012. La moglie ha galleggiato per un decennio ben al di sotto della soglia di povertà. In realtà i Calabrò hanno continuato a incrementare passo dopo passo i loro averi, spendendo in vent’anni quasi un milione di euro in più rispetto alle entrate dichiarate all’Erario. Oltre a Calabrò, ieri sono state condannate con rito abbreviato (sconto di un terzo sulla pena) altre nove persone, a vario titolo per associazione mafiosa, narcotraffico e altri reati, arrestate in nell’inchiesta che in parallelo aveva visto svilupparsi anche una tranche a Monza (il procedimento è in corso nella città lombarda). Filone che aveva portato ai domiciliari per corruzione l’allora sindaco di Seregno (Monza) Edoardo Mazza.

In particolare il gup, a seguito dell’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Alessandra Dolci e dal pm Sara Ombra e condotta dai carabinieri, ha condannato quattro imputati, a vario titolo, per associazione mafiosa e altri reati “fine”. A 4 anni e mezzo, con il riconoscimento delle attenuanti generiche perché incensurati, sono stati condannati Calabrò e Giovanni Vitalone, entrambi ritenuti affiliati alla locale di Limbiate, una delle 18 locali individuate dagli inquirenti col blitz Infinito. Dall’indagine congiunta Milano-Monza era emerso anche il ruolo di Giuseppe Morabito, della locale della ‘ndrangheta di Mariano Comense. E nell’ambito di questo secondo filone, ma sul fronte specifico del narcotraffico, il giudice ha emesso altre 6 condanne per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, con pene fino a 10 anni.