Rsa, tanti casi di contagi e decessi nelle residenze sanitarie del territorio
Rsa, tanti casi di contagi e decessi nelle residenze sanitarie del territorio

Milano, 12 giugno 2020 - «Non abbiamo paura dei dati", sottolinea il direttore generale dell’Ats Walter Bergamaschi. Però i dati vanno guardati tutti, e gli epidemiologi hanno confrontato le percentuali delle Rsa dell’Ats Metropolitana con quelle del resto del mondo, consultando i database dell’Oms e le pubblicazioni delle riviste scientifiche alla ricerca dei primi studi sulla mortalità durante la pandemia nelle Long Term Care Facilities (LTCF), che comprendono case di cura e di riposo. Risultato: se tra Milano e Lodi il 46% dell’eccesso di morti tra gli over 70 rispetto al pre-Covid, e il 41% delle morti totali degli ultrasettantenni da gennaio ad aprile 2020, hanno riguardato ospiti di Rsa, ad esempio in Belgio le statistiche ufficiali a metà maggio registravano il 51% dei decessi nelle LTCF, "con una proporzione di casi Covid confermati pari al 23%", spiega il direttore sanitario dell’Ats Vittorio Demicheli. In Spagna "venivano segnalati 5.400 decessi in casa di riposo, il 66% dei totali". In Francia gli studi parlano del 50%, in Norvegia del 61%, in Svezia e in Scozia del 45%.

Quanto ai positivi Covid sul totale dei decessi nelle strutture, la forchetta è variabilissima tra l’82% del Canada e lo 0% di Hong Kong, ma lo stesso vale nelle Rsa dell’Ats Metropolitana, con un 26% di positivi conclamati contro un 59% di sospetti dichiarati dai gestori: "La situazione lombarda e milanese è sovrapponibile a quella del resto del mondo, e dove è più alta l’incidenza dell’epidemia nella popolazione è più alta la mortalità nelle Rsa. È stato un evento planetario, probabilmente il fattore determinante è che il virus in queste strutture trova tutti insieme i soggetti che colpisce più facilmente".

«Il fattore principale» della strage nelle Rsa "pensiamo sia la fragilità degli ospiti", concorda Bergamaschi, "ma ce ne sono altri da esplorare": dalla disponibilità di protezioni ("Non c’è dubbio che all’inizio dell’epidemia fossero insufficienti e difficili da reperire, e che questo sia stato determinante") e di personale, alla possibilità di isolare i ricoverati, mentre "non ci sembra che fare i tamponi prima o dopo sia stato l’elemento più rilevante". Il rapporto sui numeri è l’inizio di un lavoro che continuerà "approfondendo la variabilità tra le strutture, la correlazione tra certe azioni e certi risultati". Ad esempio alcune Rsa "piccole hanno avuto una capacità di reazione diversa rispetto a quelle grandi con migliaia di lavoratori da tutta la Lombardia".

Mentre la contestata delibera che chiedeva alle Rsa di ricoverare (in aree isolate) i malati lievi di Covid per alleggerire gli ospedali, chiarisce, ne ha portati in tutto 28 (su 146 in Lombardia) in tre strutture dell’Ats (un paziente a Cinisello, 9 a Codogno e 18 a Milano), "e tutte avevano già ospiti positivi al virus all’interno. Oggi le Rsa seguono le procedure, vogliamo mantenere l’approccio di collaborazione coi gestori che abbiamo dall’inizio – continua il dg Bergamaschi –. Ci siamo trovati tutti davanti a un’epidemia per la prima volta dopo un secolo, nessuno era preparato. Il ruolo dell’Ats non è cercare il colpevole ma capire cosa è successo, cosa ha funzionato e dare rapidamente gli strumenti perché il sistema sappia scegliere la soluzione migliore", in caso di nuova ondata pandemica. Sul lungo periodo , però, occorre anche "ripensare il modello delle Rsa". "I bisogni sono cambiati rispetto a quando sono state create vent’anni fa, con l’obiettivo tra l’altro di garantire il massimo di socialità - continua Demicheli -. Questo paradigma va ripensato, e per migliorare bisogna investire: con 50 euro al giorno di tariffa sanitaria (la quota a carico del servizio sanitario per i posti accreditati a contratto, ndr ) miracoli non se ne fanno".