La riunione di ’ndrangheta del 31 ottobre 2009
La riunione di ’ndrangheta del 31 ottobre 2009

Milano, 11 maggio 2019 - Ora c'è anche il timbro della Cassazione: Fortunato Calabrò è un affiliato alla ’ndrangheta, in particolare alla locale di Limbiate. La Suprema Corte ha confermato la condanna a quattro anni e mezzo di reclusione (con la concessione delle attenuanti generiche perché incensurato) per partecipazione ad associazione mafiosa per colui che i carabinieri hanno ribattezzato «Ignoto 23». Sì, perché il 53enne originario di Montebello Jonico è rimasto per quasi cinque anni l’unico sconosciuto tra i partecipanti alla riunione al circolo per anziani «Falcone e Borsellino» di Paderno Dugnano, convocata il 31 ottobre 2009 per eleggere Pasquale Zappia referente delle cosche al Nord Italia in sostituzione di Carmelo Novella, assassinato a San Vittore Olona un anno prima per punire le sue mire «scissioniste».

La svolta arrivò il 25 gennaio 2014, quando i militari del Nucleo investigativo riuscirono a dare un nome a quel volto misterioso immortalato dalle telecamere intestate: Fortunato Calabrò, residente a Cesano Maderno, già finito nell’inchiesta «I fiori della notte di San Vito», ma poi assolto in aula dalle accuse. Le manette sono scattate il 26 settembre 2017, nel corso dell’operazione della Dda che portò dietro le sbarre altre 12 persone.

A meno di due anni da quel blitz, è arriva la sentenza definitiva: quattro anni e mezzo, a ratifica di quanto deciso in abbreviato dal gup il 1° giugno 2018 e confermato in Appello nell’ottobre successivo. Secondo i giudici, l’intraneità di «Ignoto 23» alla ’ndrangheta è stata confermata da una serie di circostanze: la partecipazione ai due summit di mafia del 26 febbraio 2008 (a Legnano per nominare Alessandro Manno capo della locale di Pioltello) e del 31 ottobre 2009 (quello di Paderno); i colloqui tra i capi delle locali, «che si riferivano al Calabrò come persona di fiducia»; gli incontri con il condannato per mafia Domenico Fortugno (al centro del cortile di casa per evitare eventuali intercettazioni), avvenuti tra il giugno e il novembre del 2015; i favori ottenuti dagli altri affiliati, «ritenuti indicativi del vincolo di solidarietà»; i rapporti con l’agente di polizia penitenziaria Nicola Melina (suo compare di anello), «finalizzati a mantenere i contatti con associati detenuti»; la partecipazione a cerimone e funzioni religiose, «ritenuti occasioni di incontro per scambi di ambasciate o manifestazioni di solidarietà».

Per la cassazione, questi elementi rappresentano «la prova della partecipazione» di Calabrò «all’associazione, perdurante fino al 2016». Praticamente sconosciuto al Fisco fino al 2008 (e negli anni successivi arrivò a dichiarare un reddito massimo di 16.761 euro nel 2012), nel maggio del 2018 i carabinieri, su input della Sezione autonoma misure di prevenzione del Tribunale, gli hanno sequestrato immobili a Cesano Maderno, conti correnti, polizze vita e buoni postali per un ammontare complessivo di 700mila euro. La motivazione: sperequazione inspiegabile tra imponibile in chiaro e spese effettuate nel corso dei decenni.