Stupri e torture su migranti, condannato all'ergastolo: "Responsabile di 13 morti"

Le motivazioni della sentenza della Corte d'Assise di Milano

Osman Matammud, accusato di atrocità nei confronti dei migranti in Libia

Osman Matammud, accusato di atrocità nei confronti dei migranti in Libia

Milano, 1 dicembre 2017 -  Sono "almeno 13" e non quattro i morti "addebitabili direttamente" a Osman Matammud, il 22enne somalo che lo scorso 10 ottobre è stato condannato alla pena dell'ergastolo con isolamento diurno per tre anni, con l'accusa di avere ucciso, stuprato e torturato decine di migranti sequestrati nel campo libico di Bani Whalid. E' quanto emerge dalle motivazioni della sentenza della Corte d'Assise di Milano con cui si chiarisce il numero di omicidi commessi. Matammud si è sempre professato innocente, sostenendo di essere stato anche lui recluso e vittima di violenze nel campo libico come gli altri migranti, è rimasto impassibile alla lettura della sentenza e poco dopo, parlando col suo difensore, ha detto soltanto: "Ora spero nel cielo".

"Da tutte le testimonianze - si legge nelle 132 pagine di motivazioni al verdetto del 10 ottobre - risulta che ha sottoposto i suoi prigionieri a un regime inumano e a violenze gravissime (minacciando tutti ripetutamente di morte, picchiando e torturando diversi uomini, picchiando e violentando diverse donne) per motivi certamente abietti, quale lo scopo di lucrare sulla condizione di disperazione che li aveva spinti al viaggio e li aveva posti in balia sua e della sua organizzazione". "La descrizione dei comportamenti dell'imputato - proseguono i giudici - ha fatto emergere come le sue condotte fossero caratterizzate da crudeltà. Gravissime sono state le vessazioni a cui ingiustificatamente sottoponeva tutti i prigionieri che ha picchiato spesso senza motivo, a volte così violentemente, torturandoli con pratiche così dolorose e debilitanti da ferirli nel corpo e nella mente, arrivando a procurare loro fratture e lesioni e finanche la morte. L'imputato ha mostrato crudeltà altresì nei confronti delle donne prigioniere, che non solo violentava, ma minacciava, picchiava e umiliava in ogni modo". "Occorre inoltre considerare - argomentano i magistrati - che l'imputato ha agito contro persone del tutto indifese, che stavano scappando da una situazione drammatica in patria e che stavano affrontando un viaggio che era in sé difficile e irto di pericoli, ma che lo era diventato ancor più per la scelta dell'organizzazione di trarre il maggior vantaggio possibile dalla loro condizione".

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