Il Centro identificazione ed espulsione di via Corelli
Il Centro identificazione ed espulsione di via Corelli

Milano, 10 novembre 2018 - Fu teatro di proteste e sommosse, scioperi della fame e manifestazioni dei migranti. Fino a quando, nel 2013, un incendio decretò la chiusura del Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di via Corelli, alla periferia di Milano, poi trasformato in Centro di accoglienza straordinaria (Cas) per richiedenti asilo. L’edificio tornerà al passato, con la chiusura del Cas dal prossimo 15 novembre e la trasformazione in un Centro di permanenza e rimpatrio, l’unico in Lombardia, dove verranno trattenuti i clandestini in attesa dell’espulsione. Finisce nel cassetto, infatti, il progetto della maxi-struttura per i rimpatri nell’ex caserma Serini di Montichiari, nel Bresciano, avviato dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. L’obiettivo delineato dal suo successore, Matteo Salvini, è quello di aprire la nuova struttura milanese «entro la fine dell’inverno», insieme ad altri quattro centri simili in altre parti d’Italia, e triplicare il numero di centri per le espulsioni entro l’anno prossimo.

Intanto è iniziato l’esodo dei migranti da via Corelli, che in parte se ne sono andati dal centro facendo perdere le tracce. «Sono rimaste circa 370 persone, una cinquantina sono già andate via spontaneamente», spiega Baudouin Ndjali, originario della Repubblica Democratica del Congo, dipendente della società francese Gepsa che gestisce il centro assieme all’associazione culturale di Agrigento Acuarinto, e delegato della Filcams-Cgil. «Non sappiamo dove si trovino attualmente – prosegue – avevano paura di essere espulsi e hanno preferito allontanarsi, finendo sulla strada». Lavoratori e sindacalisti Filcams, sul piede di guerra, si riuniranno in presidio giovedì 15 novembre, giorno della chiusura del Cas, davanti a Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale della Lombardia. «Circa settanta persone che lavorano nel Cas rischiano di perdere il posto – sottolinea Corrado Mandreoli, della Cgil – oltre alla totale incertezza su dove verranno collocati i migranti ospiti del centro. Si ritorna a un modello che non ha funzionato, perché il Cie era divenuto un carcere senza regole, un contenitore senza via d’uscita».

Il sindacato va all’attacco citando anche le «spese esorbitanti» per gestire la nuova maxi-struttura, che fino al 2013 era affidata alla Croce Rossa, con il presidio della polizia di Stato. Anche perché con il decreto Sicurezza la durata massima del trattenimento nei Centri di permanenza e rimpatrio raddoppia, da 90 a 180 giorni. «Se consideriamo la somma di 60 euro al giorno spesa per ogni straniero nell’ex Cie – spiega l’avvocato Livio Neri, esperto di tematiche legali sull’immigrazione – trattenere una persona per 180 giorni costerà oltre 10mila euro. A questo si aggiungono, in caso di espulsione, il costo del biglietto aereo per lui e per gli agenti che lo dovranno accompagnare a destinazione». Espulsioni che, secondo il programma di Salvini, dovranno essere incrementate e rese più veloci. Sfide da affrontare e incognite sul tavolo. Intanto la questione più urgente è quella della sistemazione dei richiedenti asilo di via Corelli che hanno scelto di non allontanarsi e di proseguire il percorso. Probabilmente verranno divisi e trasferiti in altri centri di accoglienza in Lombardia.